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    La seconda pagina di Riforma ogni settimana offre ai propri lettori una meditazione biblica. Puoi leggere l'articolo direttamente on-line anche dal sito. Se vuoi andare alla Pagina Biblica di questa settimana clicca il pulsante quì sotto.

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  • Il Vangelo ci interroga

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    Brevi meditazioni su un versetto biblico scelto per la settimana in corso. A cura dei pastori della chiesa valdese. Vai alla pagina con tutte le meditazioni.

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IL FUTURO DEL PASSATO
L'evangelismo in Calabria: una storia in tre quadri.
di Gianna Urizio
Servizio filmato nel maggio 2004 in occasione dell'inaugurazione del nuovo tempio.

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Notizie Evangeliche

  • Lasciar germogliare i sogni
    Riforma.it
    C’è un tempo per ogni cosa..., in siciliano fa: buon tempo e cattivo tempo non dura tutto il tempo. Così il detto suona come un forte invito a guardare al domani con speranza, a non lasciarsi sconfiggere dalle difficoltà di oggi. Vivono nella speranza quelle migliaia di migranti che lasciano i loro paesi e i loro affetti, e partono in cerca di un tempo migliore per se stessi e per i loro cari. Molte donne, anche delle nostre chiese, hanno lasciato le Filippine o paesi sudamericani o africani, hanno affrontato viaggi pieni di rischi, di privazioni e di maltrattamenti perché hanno saputo guardare a quel domani in cui i loro sogni si sarebbero realizzati. Spesso, a costo di duro lavoro, realizzano il ricongiungimento con i loro cari, riescono a mettere su famiglia e ad avere dei figli. Donne laboriose, sobrie, piene ancora di speranza per i loro figli e le loro figlie che crescono tra noi. Ma la nostra società è capace di lasciar vivere quei sogni e di non ucciderli? La nostra o le nostre società occidentali, visto che l’Italia è inserita in un contesto ampio, detto G7 o G8, sono capaci di lasciar germogliare e crescere sogni di una vita che sia degna di essere vissuta senza eccessive privazioni, senza paure e con buone opportunità di autorealizzazione? È possibile intravedere segni di un vivere nella gioia del lavoro che ci consente di realizzare quei sogni per i quali i migranti lasciano i loro paesi? Mi piacerebbe poter rispondere di sì; lo considererei consono all’evangelo in cui credo, alla visione del regno di Dio che porta pace e sicurezza, guarigione e gioia. Vorrei così chiamare alla speranza quanti ancora non sono stati afferrati dal sogno di un mondo nuovo. Purtroppo vengo svegliato dalla constatazione della dura realtà che vede i poveri e gli esclusi sempre più poveri e sempre più deprivati dei loro diritti. In termini economici, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. I poveri continuano a perdere ogni opportunità di riscatto, mentre i ricchi non sembrano soffrire dei mali che affliggono la società. La forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più, lasciando alla maggioranza della popolazione mondiale poco più che le briciole della ricchezza totale. Ora per noi si fa imperativa la denuncia dei distorti processi economici mondiali ed è altrettanto imperativo fermare il sistema che si blocca sempre a danno dei poveri.
  • Oltre la tragedia
    Riforma.it
    Il libro è la storia del superamento di una tragedia e la descrizione di come ciò sia stato possibile attraverso la straordinaria ricchezza umana di una donna, che si manifesta in infinite espressioni vitali. La tragedia è la morte di Piero Gobetti avvenuta il 16 febbraio 1926 e la donna è la moglie Ada. «Non è possibile. Non deve essere possibile», scrive Ada nel suo diario. «Un grido straziato», come dice Piera Egidi nel libro scritto con Emmanuela Banfo, Ada Gobetti e i suoi cinque talenti*. Ma qual è la vera forza che conduce Ada a vincere il dolore e a continuare una vita piena di affetti, di azioni, di insegnamenti? Mi pare che la risposta venga dalla prima parte del libro, che segue uno sviluppo cronologico, ma non solo. Piera Egidi intitola il suo capitolo «Ada e Piero: un amore adolescente». Ed è questo amore «adolescente», testimoniato da lettere bellissime, piene di struggimenti, di purezza, di profondità affettiva, l’antefatto della sfida di Ada a continuare a vivere con grande slancio e coraggio. Ada aveva 16 anni e Piero 17 quando si conobbero, abitando nella stessa casa a Torino. L’occasione fu la richiesta di collaborazione da parte di Piero per la fondazione di un periodico studentesco di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali. Il titolo sarà Energie Nove. Nacque dunque l’amore su progetti molto seri, e pieni dell’utopia della giovinezza. Piero e Ada si scrivono molto e nei momenti più intimi Ada si firma con il vezzeggiativo Didì, parlando di sé a Piero in terza persona. Sono ragazzi teneri e affettuosi. «Piego la testa sul tuo cuore e ti dico piano che ti voglio tanto bene! », scrive lei. I capelli di Ada per Piero sono riccioli d’oro: «Ti bacio sui riccioli. Senti?». Alcune canzoni delle nostre nonne e delle nostre mamme parlano di riccioli d’oro…: la lettura di questo libro è tutto un andare indietro nel passato e mi sembra una buona chiave di lettura mescolare con il cuore ricordi personali, tracce di storia, testimonianze artistiche, per immaginare questa donna nel suo lungo percorso di vita caldo, doloroso e intenso, che trova nell’«adolescenza» la forza e la leggerezza. «L’altr’anno a quest’ora io ti amavo già tanto... », scrive Ada in una lettera del 13 settembre 1920, ma sente che il suo amore è cresciuto. «E questo sereno salire non avrà fine. Mai». Questo libro su Ada Gobetti ci offre un affresco della vita di questa donna e insieme, con molta acutezza, dei tempi in cui vive, intrecciando la ricerca delle autrici a interviste, conversazioni, contatti con persone a lei molto vicine. Il percorso intellettuale di Ada subisce una forte scossa dall’incontro con Piero. Dai suoi interessi e dai suoi talenti per la musica, come pianista, e per il canto, passa allo studio della filosofia per essere più vicina alla personalità dell’amato. Si laurea nel 1925 in Filosofia teoretica con la tesi Considerazioni Teoretiche sul pragmatismo anglo-americano e italiano, relatore Annibale Pastore. La tesi, come dice una nota, avrebbe voluto occuparsi anche delle correnti affini, francesi, tedesche e spagnole, ma per ragioni pratiche questa parte veniva rimandata a studi ulteriori. Ada era incinta di Paolo che nascerà alla fine dell’anno. «La tesi – come scrive Cesare Pianciola su Mezzosecolo, 15, 2008 Un documento sulla cultura filosofica nella Torino degli anni venti. La tesi di Ada Gobetti sul pragmatismo – è una significativa testimonianza per la cultura filosofica degli anni ‘20. Per questo è importante non solo per la biografia di Ada Gobetti ed è conservata nell’Archivio del Centro Studi Piero Gobetti di via Fabro a Torino. Che cosa ha lasciato Ada per amore? Ce lo dice Gigliola Bianchini, bibliotecaria del Conservatorio di Torino, in un incontro con Emmanuela Banfo. Gigliola a Oulx è stata compagna di scuola di Marta, nipote di Ada, figlia di Paolo e Carla Nosenzo, sorella di Andrea: e da Marta sente parlare di quella nonna che ha partecipato alla Resistenza, che è stata vicesindaco di Torino, che non è mai ricordata come «una figura senile». Gigliola è stata nella casa di Reaglie che è, insieme a Meana di Susa, il luogo della vita di Ada Prospero Marchesini Gobetti (Marchesini è l’uomo che Ada sposò nel 1937, con cui divise coraggiosamente le sue esperienze di lotta partigiana). Qui Gigliola ha scoperto attraverso gli spartiti il repertorio musicale che comprendeva tra gli altri Mozart, Grieg, Ildebrando Pizzetti, le musiche slave e ha frequentato persone legate a lei, come Mila, Pestelli, Guglieminetti. Ma soprattutto Gigliola ha affrontato la figura di Ada attraverso la nipote Marta, che ci ha lasciato tragicamente, troppo presto. Il libro illumina ancora molti angoli della vita di Ada, nel segno del rigore morale e di sforzi innovativi in vari campi, dalla pedagogia al giornalismo alla scrittura. Abbiamo però scelto di parlare più degli affetti, degli interessi culturali, della dolcezza, per fissare la sua memoria negli interstizi del cuore. * Emmanuela Banfo, Piera Egidi Bouchard, Ada Gobetti e i suoi cinque talenti, prefazione di Giorgio Bouchard, Torino, Claudiana, 2014, pp. 135, euro 14, 90.
  • Incontro congiunto con la commissione Fede e omosessualità
    Riforma.it
    In un incontro congiunto, il 12 aprile a Roma, la commissione valdese-metodista su «Matrimonio, coppie di fatto, famiglie» e la commissione di studio su «Fede e omosessualità» delle chiese battiste, metodiste e valdesi hanno espresso alcune considerazioni in riferimento alle trasformazioni sociali che riguardano le forme di famiglia nella nostra società, in particolare sul riconoscimento delle unioni di fatto (omosessuali ed eterosessuali), sulla genitorialità (anche di coppie omoaffettive) e sulle implicazioni di tali cambiamenti sulla vita di fede dei singoli e delle comunità evangeliche. Le due commissioni hanno convenuto che si tratta di osare una voce profetica, nel segno della reciprocità: «Accoglietevi gli uni gli altri» (Romani 15, 7), non solo come membri di una comunità ma anche come unioni diverse. Questo versetto è stato infatti proposto per le Veglie contro l’omofobia e la transfobia che le chiese propongono per il 17 maggio, giornata internazionale. Le nuove unioni non sono da vivere solo come una minaccia (si pensi ai risvolti negativi della possibile commercializzazione delle «donazioni» nei casi di utero in affitto o alla precarietà delle nuove famiglie sempre sospese tra inedite possibilità e incapacità relazionali, con stereotipi e discriminazioni che rendono più faticoso il cammino). Piuttosto, esse possono coraggiosamente essere accolte come frutto della promessa che il Signore non cessa di rivolgere ai credenti, al pari di altre unioni. Le trasformazioni che riguardano le diverse forme di famiglia – declinate «al plurale» secondo un pronunciamento del Sinodo valdese 2012 – non possono nemmeno essere fermate da proclami che vogliano imporre una propria visione, condizionando il dibattito nella società. Vanno invece ascoltate e accolte nella loro dignità, con particolare riguardo al percorso di riconoscimento di diritti e doveri che legano due persone in un rapporto duraturo di condivisione e fedeltà reciproche. Le nuove relazioni vanno cioè curate e accompagnate proprio nei momenti di transizione che rivelano vulnerabilità per tutti i membri, in particolare per i più deboli, e questo anche in caso di divorzio o separazione. Siamo cioè chiamati a «custodire la soglia» nei momenti di transizione, nel senso dell’accoglienza e della riconciliazione, annunciando l’Evangelo. Il matrimonio nell’Ordinamento valdese non è un sacramento, ma nemmeno le nozze vanno vissute in termini di sacralizzazione: in nessun momento dell’esistenza di una coppia viene meno la presenza misericordiosa del Signore che apre a un nuovo inizio. Il cammino di riflessione avviato nelle nostre chiese – anche in sede teologica – porta a riconsiderare quanto per lungo tempo è stato dato per scontato, nelle chiese e nelle società, ovvero che il matrimonio tra un uomo e una donna sia l’unica forma ammissibile di unione generativa che consente una piena vita relazionale. La ricerca teologica ed esegetica in ambito femminista, soprattutto nel protestantesimo angloamericano (si pensi al lavoro di Phillys Trible), iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, ha ormai coinvolto in anni più recenti anche l’ambito ecumenico e interreligioso in una rinnovata interpretazione delle Scritture che libera dai pregiudizi patriarcali e apre a nuove prospettive per quanto concerne la differenza sessuale, la reciprocità e la generatività, anche omoaffettiva, che rende le relazioni più umane. Questa ricerca esegetica è presente anche in Italia, nella Facoltà valdese di Teologia e, in ambito ecumenico, grazie al lavoro del coordinamento delle teologhe nel programma di ricerca Sui generis. La rinnovata interpretazione delle Scritture (in particolare Genesi 1, 27; 2, 22; Galati 3, 28; Matteo 12, 49) e il dibattito intorno alla Costituzione (art. 29, comma 1), consente di allargare la tenda sotto la quale includere diverse forme di coppie che testimoniano della buona creazione di Dio, sollecitandoci a cercare unioni capaci di produrre vita relazionale duratura e amore del prossimo, senza limitare al matrimonio tra un uomo e una donna questo dono meraviglioso, da vivere nella grazia, ogni giorno. L’Evangelo è sempre e ancora di nuovo una sfida che ci sta innanzi, per tutti e tutte. La riflessione vede impegnati diversi livelli di dibattito nelle nostre chiese, in vista di un nuovo documento atteso per il 2017, che l’incontro congiunto tra le due commissioni ha incoraggiato.
  • Il combattimento spirituale lascia ancora posto alla democrazia?
    Riforma.it
    Inni di ispirazione guerriera e conquista di terreni «in nome di Gesù» il combattimento contro Satana viene volentieri praticato negli ambienti evangelicali, carismatici in particolare. In un’inchiesta molto ben documentata, il sociologo Philippe Gonzales se ne preoccupa e si chiede quale autorità può agire contro le derive teologiche. «Abbiamo autorità in nome di Gesù! Questa città appartiene a Gesù. Facciamo cadere i principati, rompiamo le potenze di omosessualità, di dissolutezza». Questa presa di autorità avviene a Ginevra, ha luogo nel 2007 ed è con questo aneddoto che si apre il 1º capitolo di Que ton règne vienne – des évangéliques tentés par le pouvoir absolu di Philippe Gonzales, uscito nel gennaio scorso presso Labor et Fides. In questo libro, il sociologo all’Università di Losanna decifra varie azioni portate avanti da evangelicali in Svizzera romanda, a Ginevra in particolare, dal 2006. D’altra parte, egli fa una sintesi di diverse ricerche effettuate su questi ambienti, offrendo così ai lettori un vasto inventario dei luoghi dell’evangelicalismo e dei suoi legami con lo spazio pubblico. Philippe Gonzales mostra l’influenza dei movimenti americani sugli evangelicali svizzeri. «Queste idee circolano attorno al pianeta come in una specie di libero mercato». In particolare, l’influenza di Peter Wagner e di una rete internazionale carismatica, la «Nuova Riforma apostolica», sono messe in evidenza. Gli evangelicali vogliono avere un ruolo da svolgere nella società. «È il loro pieno diritto», insiste l’autore in un’intervista. Ma sono pronti a conformarsi alle norme di una democrazia? «Ogni comunità ha diritto di farsi sentire. Ma in questo caso deve anche essere pronta a rendere conto alla società», riassume l’autore. Ora, per questo, gli evangelicali devono confrontarsi con due scogli che Philippe Gonzales rileva nel suo libro. Essi devono essere pronti a dibattere con i loro contemporanei e devono risolvere i problemi di autorità che hanno al loro interno senza esserne consapevoli. Il legame degli evangelicali con lo spazio pubblico è una questione cruciale per il sociologo, che ricorda che essi sono alla base sia dell’inziativa contro la costruzione di minareti sia dell’esito dell’iniziativa sul rimborso dell’aborto da parte della mutua. Si lavano i panni sporchi in famiglia. L’inchiesta effettuata da Philippe Gonzales gli è stata rinfacciata da diversi responsabili evangelicali. Essi temono che questo dia una «cattiva immagine» di questa comunità, spiega nell’introduzione del suo libro. «Questo mostra bene il rapporto che essi intrattengono con il resto della società», commenta l’autore. «Essi vogliono cambiare la società e svolgervi un ruolo, ma non vogliono che quest’ultima possa dire la sua sulla comunità». Eppure «tutto quello che è detto in questo libro figura o in siti Internet liberamente accessibili o è stato detto o fatto durante incontri pubblici». Dibattere implica confronto di idee. Come dedicarsi a questo esercizio quando si è persuasi di detenere la Verità? Certo, i partiti politici evangelicali fanno un lavoro di «traduttori» e trasformano certe rivendicazioni in argomenti politici, ma non veicolano tutte le domande di società degli evangelicali. Philippe Gonzales riassume: «Che delle persone abbiano prese di posizione politiche conservatrici sul matrimonio degli omosessuali o sull’aborto è loro diritto. Che lo giustifichino teologicamente,  ok. Ma quando fanno ricorso alla Bibbia come argomento di autorità, non c’è più dibattito possibile». I demoni nel quotidiano degli evangelicali. Infine, Philippe Gonzales è particolarmente severo con le pratiche demonologiche. Il fatto che gli evangelicali trattino gli omosessuali e le persone favorevoli all’aborto come «esseri posseduti» preoccupa in particolare il sociologo. «I responsasbili evangelicali tendono a minimizzare queste parole come semplici atti simbolici. Ma se si sposta l’obiettivo, ci si rende conto che questi discorsi hanno provocato dei morti – afferma –. Questo discorso alimenta la lotta contro gli omosessuali in certi Paesi dell’Africa e le uccisioni di medici che praticano l’aborto negli Stati Uniti». Invito agli evangelicali a ripensare le loro strutture. Una situazione che spinge Philippe Gonzales a invitare gli evangelicali a riflettere sulla mancanza di autorità di regolazioni nelle loro strutture. «In Francia ad esempio, la Facoltà teologica di Vaux-sur-Seine o il Consiglio nazionale degli evangelicali di Francia (Cnef) può battere il pugno sul tavolo contro una deriva teologica. Chi può farlo in Svizzera?». Il sociologo cita come esempio la cosiddetta «teologia della prosperità» (dottrina secondo la quale Dio premierebbe i credenti con ricchezze materiali). Il Cnef ha preso posizione contro questa teologia, isolando così i suoi sostenitori. «Un altro esempio sono i titoli che alcuni leader evangelicali si danno. Essi si chiamano apostoli, ma secondo quali regole? Tutto ciò funziona per semplice cooptazione». Egli riassume: «Si è parlato molto di regolare il mercato economico in questi ultimi anni. E il mercato teologico, chi lo regola?». Un interrogativo ignorato dagli evangelicali. Gli ambienti interessati sono sensibili alle preoccupazioni dell’autore? Tentano di portare delle risposte alle domande che egli pone? Non esattamente. Nella sua recensione, il settimanale Christianisme aujourd’hui confuta le influenze d’oltre Atlantico sugli evangelicali svizzeri e parla di «inchiesta a carico». Mentre, sul suo sito, la Federazione romanda delle chiese evangelicali fa una caricatura di questo lavoro:  «La tesi che attraversa tutta l’inchiesta di Philippe Gonzales è così abbozzata:  l’ambiente evangelicale nella sua vena carismatica è attraversato dal desiderio di convertire l’ordine politico al cristianesimo attraverso l’estensione di esorcismi o di pratiche di liberazione a realtà sociali e politiche. L’orizzonte preso in considerazione è quello della città cristiana. Prospettive “teocratiche”, minacciose per una società liberale, pluralista e secolarizzata, sono così sviluppate da numerosi attori o gruppi di sensibilità carismatica». L’amnesia dei credenti. «C’è una forma di amnesia fra gli evangelicali. Essi non cercano di sapere da dove vengono le idee e a che cosa rispondevano nel momento in cui sono state emesse». Quando si chiede loro da dove venga una pratica o una lettura particolare di un determinato passo biblico, gli evangelicali fanno fatica a rispondere. «Mi è stato spesso risposto cose come “era di moda in quel momento”, riferice Philippe Gonzales». Nel suo libro, egli si sforza dunque di ridare una storia ai movimenti evangelicali. «Le chiese libere puntavano sulla separazione tra Chiesa e Stato nel XIX secolo. Ma fin dagli anni 1940, il movimento neoevangelicale federerà le chiese». Oggi, questo movimento di pensiero che convalida l’esperienza del dono della propria vita tutta intera al Cristo ha una fortissima presenza nell’insieme delle chiese libere. «Ma questo movimento non è anodino, ricorda Philippe Gonzales. Fin dall’inizio, si è dato anche un mandato politico. Quello di lottare contro il comunismo». (Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)
  • Far partecipare la gente ai sermoni
    Riforma.it
    Un nuovo modello di culto chiamato WikiWorship permette ai fedeli di proporre delle tematiche e di porre delle domande. Wiki di WikiWorship fa riferimento al modo di edizione collaborativo di Wikipedia, l’enciclopedia on line. Questo metodo è stato sviluppato dal pastore Philip Chryst, pastore di una missione metodista unita a Wilmington, nel quadro di un corso di evangelizzazione mentre stava terminando i suoi studi universitari alla Duke Divinity School a Durham. Di recente, lo ha utilizzato durante incontri sul tema della Quaresima. I WikiWorship, che si potrebbe tradurre con WikiCulti, si sono svolti in un bar chiamato «La cucina dell’inferno». La settimana prima di ogni WikiCulto, i partecipanti pongono le loro domande sulla religione, l’etica, la vita o Dio tramite il sito web della missione. Poi, Philip Chryst ne sceglie una per stimolare il dibattito. «La sfida è di lasciare il controllo del pulpito senza ridurre il messaggio», spiega il pastore. «Sotto molti aspetti, i WikiCulti sono una sorta di evangelizzazione, ma post-moderna. A volte, è sconcertante, non si sa assolutamente quali domande saranno poste, come i momenti di predicazione con dei bambini». Nonostante il termine wiki, non ci sono computer durante questi eventi. Il concetto si riferisce alla natura collaborativa del procedimento secondo il quale la gente si appropria del contenuto, in questo caso le idee e le risposte contenute nel sermone. «I WikiCulti sono meno riproducibili di altri metodi di evangelizzazione perché il successo del procedimento dipende essenzialmente dalle comptenze del leader», spiega Stephen Gunter, professore di evanggelizzazione alla Duke Divinity School. «Ci vuole creatività, energia, intelligenza e molto lavoro ogni settimana. Philip Chryst ha tutto quello che ci vuole e ha lavorato su questo progetto da più di cinque anni», aggiunge Stephen Gunter. Per Philip Chryst, le competenze richieste per animare un WikiCulto somigliano a quelle di un umorista. «Bisogna essere pronti a ogni commento o domanda dall’uditorio». I non credenti sono dannati? Ne «La cucina dell’inferno», il 9 marzo scorso, mentre un’insegna luminosa per una birra scintillava e cartelli che annunciavano la festa di San Patrizio venivano affissi sui muri, il pastore ha scelto di affrontare la domanda della dannazione e dei non credenti. «I buddisti, gli ebrei, i musulmani e altri non cristiani sono dannati se non considerano mai Gesù come il loro salvatore anche dopo aver sentito parlare di lui? », ha chiesto Philip Chryst. Egli ha risposto per primo, spiegando che credeva nell’inferno e al fatto che certe persone finirebbero lì. «Detto questo, non ho proprio il potere di dire se tale o talaltra persona meriterebbe di andarci. Lasciamo Dio giudicare il destino dell’anima di ognuno. Ma ciò che è importante nei WikiCulti è di dare il proprio parere». Durante questi eventi, ogni persona esprime la propria opinione. Circa cinquanta persone erano riunite, il 9 marzo, a Wilmington. Bennett, uno studente cristiano dell’Università della Carolina del Nord, ha raccontato che durante un recente viaggio della missione in Malesia era stato aggredito e spogliato del suo denaro. Nella strada, incontrò un musulmano che lo portò in una moschea per nutrirlo e lo aiutò a tornare a casa. «Fu un’enorme testimonianza nella mia fede avere quest’uomo che mi ha aiutato come ha fatto». Dire che quest’uomo non andrà in paradiso non sta in piedi per me», racconta. Una testimonianza di fede post-moderna. L’invitare la chiesa a dare il proprio parere e a porsi delle domande è un modo moderno di interrogare la fede e «un buon mezzo per reclutare persone che si allontanano dalla chiesa», spiega il professore Stephen Gunter. «Attirarle è solo la prima tappa. Dovete poi conquistare effettivamente questi nuovi venuti continuando a portare loro nuove domande e risposte adeguate». Dopo il WikiCulto, la maggior parte dei partecipanti è rimasta per un pranzo e ha continuato a porre domande al pastore. «Il tema della dannazione avrebbe potuto precipitare molto facilmente in disputa, ma non è stato così», constata Stephern Gunter. «Philip Chryst spera di scrivere un libro per insegnare agli altri pastori quello che ha imparato durante i WikiCulti. Vuole anche forgiare la propria chiiesa attorno a questo concetto. “Penso che le chiese che hanno fegato dovrebbero essere capaci di dire: ecco il microfono, prendetelo”, spiega il pastore. Non dico che tutte le verità siano relative ma sono proprio fiero di far parte di un gruppo che ha abbastanza fegato per farlo». (Rns-ProtestInter-lv)
  • I «giorni antichi della Resistenza»
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    Nel 1985 l’autrice richiama il Salmo 77: «Ho pensato ai giorni antichi e ho avuto in mente gli anni eterni» e commenta la pubblicazione del suo diario degli anni dal 1943 al 1945 così: «Ho pensato ai giorni antichi della guerra, vissuta fra i 13 e i 19 anni, e li ho visti “veri”, liberi dall’eterodirezione di mass media, vissuti veramente da me, ragazzina normale e insignificante, ma da me». Leletta in quegli anni era una studentessa del liceo Porporato di Pinerolo, insieme al fratello Aimaro. La famiglia si era trasferita da Torino a Villar Bagnolo (in provincia di Cuneo), presso il castello Malingri, dopo i bombardamenti di Torino. La madre baronessa Caterina Malingri di Bagnolo e il padre Vittorio Oreglia d’Isola, nobili, cattolici e convinti antifascisti, si adoperarono concretamente nel supportare i partigiani della 105° Brigata Garibaldi che aveva sede al Montoso. Così Leletta e Aimaro si trovarono immersi nella grande Storia, nell’epopea resistenziale, con la loro giovane età, con i rischi che correvano coloro che ospitavano, curavano, nutrivano, accoglievano i giovani partigiani. Leletta scrive, con semplicità e talvolta con ironia, un diario quasi quotidiano nel quale si evidenzia un punto di vista inconsueto e giovane; descrive personaggi ed eventi che sono autentiche pagine di storia, quella del faticoso e tragico percorso che porterà il Paese fuori dal tempo buio del nazifascismo; non tace nessuno degli eccidi, degli arresti, delle torture, prova pietà per le vittime, disprezza gli aguzzini. I ritratti partigiani che disegna sono coloriti e freschi, narrano le idee e le azioni che animavano, in quegli anni: il comandante Barbato – Pompeo Colajanni –, capo della 105° Brigata Garibaldi del Montoso, siciliano, ufficiale di Cavalleria, destinato nel dopoguerra a una brillante carriera politica nelle file del Partito comunista; Balestrieri – il prof. Felice Burdino; Pietro – Gustavo Comollo, operaio piemontese; Mirco – Giovanni Guaita, intellettuale raffinato; Francesco – Enrico Berardinone, napoletano, maggiore medico e artista; Luca – il filosofo Ludovico Geymonat, nella cui casa a Barge si erano ritrovati i primi nuclei dei partigiani comunisti; Simone – il medico Plinio Pinna Pintor; Martelli – Raimondo Luraghi, il futuro grande storico degli Stati Uniti; ma, anche la famiglia ebrea dei De Benedetti, i fratelli Prunas, Sandro Ricardi di Netro, e molti altri noti e meno noti protagonisti di quegli eventi. Molte idee e confronti attraversavano i colloqui tra tutti: la filosofia, la storia, il cattolicesimo, l’arte, il comunismo, le idee sul futuro del paese, le ansie condivise circa gli esiti della guerra e della lotta di liberazione, le difficoltà materiali della vita in montagna, l’incertezza per le azioni di sabotaggio. Leletta riesce a rendere nei diari un’atmosfera che non si trova nei molti testi di storia relativi allo stesso periodo. I diari venivano nascosti a ogni ispezione dei tedeschi e dei fascisti nella casa e, superato quel tempo, ne costituiscono un documento interessante e prezioso. Un profondo percorso di fede accompagnerà tutta la vita di Leletta, a ulteriore testimonianza che i «giusti» sanno operare coraggiose scelte nel loro porsi dinanzi e dentro la storia. La recente riedizione del libro, per i caratteri della casa editrice Sei, raccoglie un pregevole saggio introduttivo dello storico Giovanni De Luna, un’introduzione della prof. Maria Chiara Giorda, un commento al testo di Norberto Bobbio del 2001, una nota sui luoghi della vicenda. In giugno, una trasmissione televisiva de Il tempo e la storia di RAI3, a cura del prof. Giovanni De Luna, sarà dedicata alle figure di Emanuele Artom, Leletta d’Isola e Willy Jervis.
  • La città che Dio ha progettato per noi
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  • Non importa. Seguimi
    Riforma.it
    Alle elementari ero diverso. A me avevano insegnato che siamo tutti uguali. E questa è stata la prima menzogna con cui ho dovuto fare i conti. Non avrei mai confessato a nessuno di essere orgoglioso della mia diversità, pur non sapendo bene in che cosa consistesse. Eppure l’immagine di ribelle mi stava addosso come un pennello. C’era solo una cosa che non mi andava giù: se proprio mi toccava la parte del diverso, avrei almeno voluto scegliere il come. Purtroppo la scuola italiana, come molte altre istituzioni statali, ha in odio la diversità. Il diverso è pericoloso e destabilizzante: che cosa succederebbe se all’improvviso tutti volessero essere diversi? Sarebbe il caos! Alle elementari all’ora di pranzo scendevamo alla mensa, la mia insegnante si faceva il segno della croce prima di mangiare. Io sono protestante e il segno della croce non me lo faccio. Ma perché? Pur non avendo nessuna nozione teologica, mi era chiaro che non lo facevo perché era una cosa che semplicemente non aveva senso. «Noi non lo facciamo». Però dentro di me pensavo: «Ma fattelo! Che ti costa… se lo fanno tutti vuol dire che un senso ce l’ha! Fallo anche tu!». E invece no! Sono protestante! In realtà non sapevo che cosa volesse dire essere protestante, ma ci avevo preso gusto, così pensavo che se dovevo essere diverso, dovevo esserlo fino in fondo. «Rispondevo indietro»: questa era l’accusa. Ed era vero. Dovevo avere sempre l’ultima parola. Un giorno la mia insegnante mi disse: «Se vuoi protestare vai a casa tua!». Questo fu il mio primo vero e proprio scontro con l’autorità. Da lì ad abbandonare quel poco di protestantesimo che praticavo in favore dell’anarco-comunismo il passo fu breve. Noi in famiglia non ci siamo fatti mai il segno della croce, ma la Bibbia l’abbiamo sempre letta ad alta voce. Però il Nuovo Testamento non mi andava giù… Un Dio che muore non ha senso. È fuori da ogni logica, già Dio come concetto non ha senso, ma un Dio che muore... è davvero oltre ogni limite... Fedele ai miei ideali libertari, ho rifiutato Gesù Cristo per rivolgermi a un Dio inflessibile ed egocentrico, esattamente come me… Era un Dio coerente: per evitare di incorrere nella sua ira c’erano alcune regole da rispettare e, se le avessi rispettate tutte, tutto sarebbe andato bene. Per me il protestantesimo era davvero troppo liberale, e io ero già abbastanza anarchico di mio. Un po’ di regole mi ci volevano! Qualcosa mi mancava però…: era il senso. Avrei tanto voluto essere perfetto, perché vedevo che le regole, quelle sì, avevano un senso ed erano buone… Ma proprio non ci riuscivo, anche perché non avevo ben chiaro che cosa ci avrei guadagnato a seguirle proprio tutte. E poi avevo un dubbio atroce: è proprio necessario Dio per darsi delle regole? Perché non darsele da soli… trovarsi delle regole su misura? A 18 anni ero già prostrato, mi sembrava di averle provate davvero tutte. Quand’è che sarei diventato me stesso? E quand’è che avrei saputo chi cavolo era questo me stesso che volevo tanto diventare? Un giorno mi sentivo particolarmente solo. Durante una vacanza in cui non mi stavo divertendo per niente ho aperto a caso una pagina del Nuovo Testamento. Gesù Cristo era un uomo. Questo l’avevo sempre saputo (infatti era morto. Dio non può morire…). Però era anche Dio. Mi sono fermato un po’ a pensare. Una voce dentro la mia testa mi diceva: credi che Gesù Cristo è Dio? Mi sono risposto di sì. Credi che Gesù Cristo è morto in croce? Credo di sì. È scritto qui. Allora va bene. Sei cristiano. Seguimi! Ho avuto l’impulso di uscire perché provavo un senso di soffocamento. Sono uscito a fare un giro in bicicletta e intanto pensavo: non è possibile che sia Dio a parlarmi… primo perché potrebbe non esistere e secondo perché non è vero che sono cristiano. Al limite potrei essere ebreo o musulmano. Il cuore mi batteva forte. La voce dietro di me mi ha risposto: «Non importa. Seguimi». Allora ho capito che era Dio. Perché solo a Lui non importa se credi o no. Allora ho capito anche un’altra cosa: con tutto il mio sforzo non ero stato in grado di produrre un grammo di felicità e di soddisfazione per la mia vita. Ora l’aria di febbraio porta profumi di primavera. È mattina e la nebbia sale dai campi deserti. Andiamo alla chiesa valdese di Felonica, una piccola comunità nelle campagne del Po. Mentre raggiungiamo la chiesa in macchina non capisco perché non riesco a sentirmi a mio agio fino in fondo. Cosa devo fare per sentirmi un po’ più uguale agli altri? Dentro alla chiesa mi fermo a guardare la croce. La croce è vuota, come si usa nelle chiese protestanti. Gesù è andato via. È sceso dalla croce in silenzio. Di nascosto. Di notte. Se n’è andato… non è sulla croce. È davanti a me. Mi precede. Però, stranamente è anche qui in questo tempo e in questo spazio. Eccola lì la sua croce. Siamo solo io e la croce. La comunità non esiste. Non mi interessa. Sono stato comunista e anche allora della comunità non me ne importava niente. Siamo solo io e la croce. Sento le voci che cantano «il giuramento di Sibaud». Penso a Valdo. Penso a quei valdesi di quattrocento anni fa. A quei protestanti senza nome… senza neanche il nome di «protestanti». Persone come me di quattrocento anni fa che un giorno, come me oggi, hanno aperto la Bibbia e hanno provato la libertà di credere in un Dio che non li giudica e hanno creduto in questo Dio con tutta la loro forza, con tutta la loro anima e con tutta la loro mente. È un miracolo! Le voci si spengono e in quel momento capisco che non sono solo. Dopo il culto, salutando le persone mi accorgo che queste mi vogliono bene… E io voglio bene a loro senza nessun apparente motivo. Che cosa ci faccio qui? Questo Dio è riuscito perfino a portarmi in chiesa. Proprio a me, a cui non è mai andata giù la comunità, l’autorità eccetera eccetera… E mentre penso queste cose, mentalmente dico al mio Signore davanti alla croce: te lo dico chiaro e tondo: sono un polemico, un individualista e un egoista e sono anche molto incavolato con il prossimo… «Non importa! Seguimi!».
  • Le ragioni dell’Europa
    Riforma.it
    Si respira, in mezzo alla gente, un senso di sconcerto misto a protesta, spesso alimentata da parti politiche interessate prevalentemente a raccogliere voti con il retropensiero che, a salvare la zattera su cui stiamo navigando nel nostro tentativo di salvezza da una situazione obiettivamente molto grave, ci penseranno altri. Nella confusione si sentono slogan del tipo: «Ci vuole più Europa» oppure, al contrario, «Ci vuole meno Europa», come se la formazione di un grande stato federale europeo fosse un problema quantitativo. Per orientarci in questo momento di grande delicatezza e difficoltà, è utile riandare alla origini del movimento che sta alla base del lungo e complicato percorso verso l’attuale Unione Europea, per capirne i fondamenti e gli obiettivi. La pace. Il panorama che avevano di fronte Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, quando posero mano al Manifesto di Ventotene, il documento che fece nascere il movimento teso a costruire uno stato federale europeo, era quello di un’Europa distrutta da guerre fratricide, motivate da nazionalismi di antica e complessa radice. Il pensiero dominante in quella situazione era uno solo: la pace. Per l’ennesima volta l’Europa era stata sconvolta dalla guerra: religioni, nazionalismi, potere, interessi economici erano stati, con miscele diverse, causa di secoli insanguinati. Non era sufficiente dire basta, bisognava trovare una soluzione più efficace per impedire ai popoli dell’Europa di sbranarsi fra loro. La ricostruzione. l problema strettamente collegato era la ricostruzione. Come creare le basi per ricostruire un’Europa distrutta dai bombardamenti e dai cannoni, fiaccata nel morale, lacerata negli affetti e negli ideali? Alla ricostruzione bisognava associare l’idea di uno sviluppo continuativo, tale da ridare la speranza a popoli feriti non solo nei beni ma anche negli affetti e nella fiducia verso un futuro migliore, un futuro di pace. La ricostruzione doveva diventare qualcosa di duraturo, proiettato verso un mondo per cui valesse la pena di proiettarsi in avanti: la ricostruzione doveva convertirsi in sviluppo, uno sviluppo continuo, non solo di quantità ma anche di qualità della vita, non solo per pochi ma per tutti, capace di creare condizioni per dare lavoro a tutti e per consentire a tutti di goderne i vantaggi. Una operazione di enorme portata resa possibile da una base culturale comune: l’Umanesimo e il gotico del ‘400, il Rinascimento, il Barocco e la ricerca scientifica del ‘600, l’Illuminismo del ‘700, il Romanticismo del ‘800 sono stati movimenti europei e come tali costituiscono una grande base culturale comune, su cui innestare l’innovazione, in qualche modo di derivazione europea, dello stato federale. Portare in Europa lo stato federale. L’intuizione geniale dei due grandi personaggi esiliati nell’isola di Ventotene fu: portiamo in Europa lo stato federale inventato dagli americani. Gli Stati Uniti d’America erano nati con esigenze analoghe a quelle europee ed erano riusciti nell’impresa di mettere insieme popoli di culture ed esperienze storiche molto diverse fra loro, raccogliendo le elaborazioni teoriche dei tre giuristi (A. Hamilton, J. Jay e J. Madison) che avevano elaborato gli elementi basilari del nuovo stato nel fondamentale testo The Federalist, che, in sintesi, prevedeva la centralizzazione di tre poteri: la politica estera, la politica militare, la politica monetaria (moneta unica). La teoria c’era, bisognava trasformarla in volontà politica. Nacque così, nel dopoguerra il Movimento Federalista Europeo. In breve, grazie alla militanza instancabile di Spinelli, cui si erano aggiunti Mario Albertini, Luciano Bolis, Alberto Cabella (valdese) e molti altri, l’idea cominciò a trovare sostenitori un po’ in tutto il continente. Un processo graduale e incompleto. Le conseguenze pratiche furono però meno lungimiranti e molto graduali: dapprima si fece la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) fra Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, poi il Mercato comune europeo (1956), successivamente si decretò l’elezione a suffragio universale mentre gli aderenti si allargavano (1976), per arrivare nel 1999 alla moneta comune: l’euro, con una partecipazione che si differenziava fra chi accettava anche l’euro e chi restava nei trattati precedenti ma rimaneva fuori dall’euro. Appare del tutto evidente che il processo di costruzione di uno stato federale europeo è andato avanti a strappi, arrivando a un passo dalla conclusione, senza farlo. Uscire dall’euro? Ci troviamo ora a un punto in cui retrocedere a livello di stati nazionali significherebbe affrontare un percorso difficilissimo, lungo, con implicazioni connesse all’abbandono della moneta unica che significherebbero per alcuni (Germania in testa) sopravvalutazioni monetarie, per altri (Italia e tutti i paesi del Mediterraneo) svalutazioni con facilitazioni all’export ma aumento dei costi all’import − letali per l’Italia che compra all’estero tutte le materie prime, gran parte della componentistica e molti prodotti agricoli. A tutto ciò va aggiunto un aumento dello spread ai livelli precedenti il governo Monti, con costi di interessi passivi maggiori stimabili in 50-60 miliardi di euro. Il percorso verso lo stato federale europeo è andato avanti a strappi, sull’onda della volontà politica di alcuni grandi uomini ma non è riuscito a fare il passo decisivo. Non si tratta di più o meno Europa, si tratta di essere a tre quarti di una parete da scalare irta di ostacoli: il ritorno a corda doppia non esiste, la discesa sarebbe lunga ed estremamente pericolosa, l’avanzata possibile con intelligenza e buona volontà. Il quesito è ora: vale la pena di fare lo sforzo finale? Una propaganda superficiale o, più probabilmente, interessata a prender voti dagli scontenti, attribuisce la responsabilità delle attuali difficoltà dell’Italia alla rigidità del governo tedesco, ma tali difficoltà dipendono esclusivamente dalla gestione sconsiderata del bilancio pubblico da parte del nostro e di altri paesi, generando un debito insostenibile che giustifica una sorveglianza attenta della nostra gestione, per evitare un tracollo, che ricadrebbe sulle spalle di tutti. Stati Uniti d’Europa, per la pace e lo sviluppo. In conclusione, torniamo alle due grandi motivazioni per uno stato federale europeo. Circa il primo, la pace, di fronte alle vicende dell’Ucraina, ci sentiamo di pensare che gli Stati Uniti d’Europa non sarebbero un potente elemento di dissuasione da azioni unilaterali dell’Unione Sovietica? E il Medio Oriente? E il Nord Africa in subbuglio? Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero essere un potente strumento di pace esercitando una efficace moral suasion nelle aree che più ci interessano da vicino. Infine, lo sviluppo: la centralizzazione di poteri come la difesa e la politica estera porterebbero di per sé un contenimento delle spese ma, soprattutto, un governo federale potrebbe fissare alcune regole comuni per le politiche di spesa pubblica, evitando il ripetersi di situazioni come quelle attuali in cui vari stati si sono indebitati oltre ogni limite sopportabile, ma soprattutto bisogna considerare che la competizione sui mercati, nei prossimi decenni, sarà tra stati di dimensione continentale: Usa, Cina, India, Brasile, Russia, nei confronti dei quali l’Europa unita avrebbe possibilità di competere molto maggiori rispetto alla situazione attuale, eliminando gli ostacoli di pastoie burocratiche dovute al persistere degli stati nazionali. Infine, è fuori luogo pensare che il confronto fra il mondo protestante nordico e quello cattolico/ortodosso del sud potrebbe approfondirsi e fare passi avanti più facilmente con reciproco vantaggio?
  • Come le onde del mare
    Riforma.it
    Balla la gente come le onde del mare, dice Yeats nel suo The Fiddler of Dooney. Nel canale di Sicilia molti uomini e donne, anziani e bambini hanno ballato come le onde del mare e con le onde del mare sono andati via. Sepolti sotto la danza del mare, al ritmo terribile di una burrascosa tempesta, trascinati via da un rottame di barca. Una danza iniziata tra le dune di paesaggi sepolti di sabbia, oppure tra le onde di guerre taciute, di conflitti dimenticati, di pestilenze ben più assassine di Ebola che si chiamano persecuzioni e violenze. E il canale di Sicilia ha osservato piangendo questa eterna transumanza che, da secoli remoti, ha solcato e solca onde e bonaccia, scirocco e maestrale, nell’eterna danza dell’umanità sempre in movimento, che sarebbe impossibile fermare. Le Chiesa valdese ha osservato. E, osservando, si è detta che la migliore prospettiva dell’osservatore è quella del punto di vista in mezzo alle onde del mare. Come il violinista di Dooney molti evangelici italiani, dal nord al sud, hanno deciso che la danza del mare non dovesse fermarsi alle soglie della disperazione. Capita che, tra la poesia e la drammatica realtà, faccia capolino, dispettosa, la rabbia di una comunità ampia di credenti che riconosca nell’esempio delle mani del Cristo che si protendono verso gli ultimi un concreto invito a raccogliere le mani che si sporgono verso l’ultima roccia d’Europa. È capitato in questi giorni a Riesi (Caltanissetta), piccola cittadina di quel Sud gonfio di miserie e moderne violente dominazioni, che l’essere al centro del Mediterraneo vive spesso come isolamento incastonato tra le rughe di un popolo che non è solo mafia e marranzano. Servizio Cristiano e Chiesa valdese di Riesi, Croce Rossa, Arci, Agisco e molti giovani hanno saputo aprire le braccia verso diciannove migranti, dai 19 ai 30 anni, giunti a Riesi dopo l’esperienza di Lampedusa. Spontaneamente ci siamo incontrati, mossi da una comune forza invisibile, aiutati nella riflessione dal pastore Gysin e dall’entusiasmo di sua moglie Dora, dalla forza dei giovani riesini tutt’altro che arresi alla rassegnazione, dal sostegno delle istituzioni che non hanno arretrato nemmeno di fronte alle polemiche di chi vorrebbe contrapporre le disperazioni tra loro. Ospiti di una struttura privata che ha partecipato al bando per progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), questi ragazzi arrivano dalla Namibia, Senegal, Nigeria, Mali. Sono in Italia, dicono, da due mesi e rimarranno a Riesi fino alla consegna dei documenti e al riconoscimento dello status di rifugiati politici. Legati, quindi, ai tempi della burocrazia italiana: non più di sei mesi, dice qualcuno, altri sperano di cavarsela almeno in sei mesi. Un lavoro non semplice, che tuttavia ci ha permesso di passare dalla prospettiva di chi, spettatore, limita lo sguardo al proprio minuscolo orizzonte, alla dimensione dell’esistenza fatta di sorrisi, di parole in lingue diverse, di mani che nascondono cicatrici ben più profonde dei segni e delle lacerazioni dei chiodi e delle lame di legno di imbarcazioni troppo spesso diventate inaspettate bare in fondo al mare. Dall’idiozia di leggi che avrebbero voluto fermare un fiume in piena con il rastrello con cui i bambini giocano sulla riva del mare, allo Sprar. L’accoglienza non si improvvisa e così l’Europa, insieme all’Italia, ha iniziato a considerare investimenti perché chi arriva possa avere davanti più di una grata di ferro. Non possiamo ancora pienamente valutare se queste politiche, cui sono legati bandi ed economie, produrranno accoglienza e integrazione o diverranno oggetto di speculazioni. Molti si stanno improvvisando specialisti dell’accoglienza, avendo fiutato l’affare e avendo come modelli i Cie (Centri di identificazione e espulsione). Il rischio c’è, è concreto e basta talvolta mettere a confronto i progetti reali con le aspettative delle direttive per rendersi conto di quanto lontane e divergenti siano queste ultime dalle realizzazioni dei privati. Ciononostante e come sempre controvento, l’impegno della Chiesa valdese e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, di un gruppuscolo di evangelici consapevoli dell’importanza dei granelli di senape nella storia dell’umanità, sta provando di rendere la danza nel Mediterraneo un tango di passione e d’amore tra chi arriva e chi, non sapendolo, sta partendo verso un viaggio che non solcherà solamente il mare, ma la propria esistenza. A Riesi, nell’accogliere i migranti, abbiamo riscoperto noi stessi, la stessa fragile umanità e disperazione di chi, vivendo in una terra violentata dall’emigrazione, si scopre fratello e sorella di quanti hanno dovuto fuggire via dalla propria terra, viaggiando per due anni tra Libia in guerra ed il commercio infame dei corpi usati come cibo per pesci. Una testimonianza di come il quotidiano muti, improvvisamente, in possibilità di ravvivare le parole dei sermoni e dei versi della Bibbia, provando che la fede che agisce nasce davvero dall’ascolto perché, in fin dei conti, siamo «una sola moltitudine». * Direttore del Servizio Cristiano di Riesi (Cl)

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