PERCHÉ RIMANIAMO

Scritto da Agostino Garufi il . Postato in chiesa, riflessioni

ft_gesu_discepoli Una riflessione su Giovanni 6:66-69

“Non volete andarvene anche voi?” Queste sono le parole dette da Gesù ai suoi discepoli in una situazione critica: quando molti, che lo avevano seguito con entusiasmo per aver mangiato dei pani da lui miracolosamente moltiplicati, essendo poi da lui esortati a nutrirsi del “cibo che non perisce ma che dura in vita eterna” affermando che è lui questo pane che dà la vita, si tirarono indietro e non andarono più con lui, dicendo che il suo parlare era “duro”, cioè oscuro, incomprensibile, quindi non interessante. Con Gesù allora rimasero soltanto i dodici discepoli. Immagino che essi, davanti a questo grande abbandono, avranno provato dispiacere e forse anche preoccupazione, vedendosi ridotti a così pochi suoi seguaci.

Gesù però non sembra che si sia preoccupato di essere stato abbandonato da quei molti, non perché si disinteressasse di loro, sapendo che stava andando a Gerusalemme dove sarebbe stato crocifisso, dando così la sua vita come prezzo di riscatto per molti. Perciò, più che dolersi di quell’abbandono, si rivolge ai pochi rimasti con lui e li interpella dicendo loro: “Non volete andarvene anche voi?” Con queste parole egli non intende indurli ad andarsene, come chi, rimasto deluso e amareggiato per l’insuccesso della sua opera, pensa di licenziare anche i pochi rimasti; invece vuole provocare la loro reazione non nei confronti di quelli che lo hanno lasciato ma nei suoi confronti. È come se dicesse loro: “Perché siete rimasti?” È una sfida, una provocazione per indurli a riflettere sul vero motivo per cui essi sono ancora con lui e di conseguenza sul compito che li attende.

A questa domanda di Gesù Pietro risponde, anche a nome dei suoi condiscepoli, come ha fatto altre volte: “A chi ce ne andremmo noi?” Cioè: anche se volessimo andarcene, a chi ce ne andremmo? chi è come te? chi può dirci e darci quello che solo tu sai dirci e darci? Perché “tu hai parole di vita eterna”, che vuol dire: non solo belle parole che fanno bene al cuore, ma anche e soprattutto parole che risuscitano i morti e donano vita nuova ed eterna ai credenti. E aggiunge: “E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Notiamo che Pietro qui non dice: Abbiamo conosciuto e abbiamo creduto, ma “abbiamo creduto e abbiamo conosciuto”, anteponendo la fede alla conoscenza. Certo la fede viene dall’ascolto e quindi dalla conoscenza della Parola di Dio (Rom. 10: 17), ma è proprio nella fede che la conoscenza si approfondisce e diventa non solo conoscenza mentale ma anche e soprattutto profondo rapporto personale con Gesù e con la sua vera identità, che è quella di “Santo di Dio”, cioè di Figlio di Dio. Perciò Pietro, che assieme ai suoi compagni ha fatto quest’esperienza spirituale, può dire a Gesù in sostanza: Qualunque cosa accada, noi rimaniamo sempre con te, camminiamo con te sulla tua stessa via, vogliamo condividere con te la tua sorte.

Questa confessione di fede è simile a quella dell’antico salmista che, di fronte a ciò che succedeva nel mondo e turbava tanto la sua fede nella bontà e nella giustizia di Dio, gli disse: “Io resto sempre con te… Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te … Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità in eterno. … Quanto a me, il mio bene è di stare con Dio; io ho fatto del Signore il mio rifugio, per raccontare, o Dio, tutte le opere tue” (Salmo 73/23, 25, 28).

Ora, quello che avvenne allora somiglia in qualche modo a ciò che  succede oggi in molte chiese che vengono sempre più abbandonate da molti membri. Questo è un fatto che noi stiamo considerando con sempre maggiore rammarico e preoccupazione perché avviene anche nella nostra chiesa, e non ci solleva il pensiero che esso accade largamente in tutte le grandi chiese storiche del nostro continente, in base al detto “mal comune mezzo gaudio”, perché la nostra è una chiesa piccola e per essa le conseguenze sono più gravi, facendoci temere pure seri problemi finanziari per il mantenimento delle nostre attività. Perciò stiamo riflettendo e facendo delle analisi sulle cause di questo fatto molto increscioso. Ed è bene che le facciamo per comprenderlo e vedere se noi, come singole persone, come comunità e chiese, abbiamo delle responsabilità e quali esse sono. Così in queste analisi stiamo parlando di “torpore” e di “astenia”, cioè di debolezza, dalla quale chiediamo al Signore di guarirci come ha fatto con quella donna tutta curva e piegata su se stessa ponendo le sue mani su lei e facendola miracolosamente drizzarsi (Luca 13: 10-13).

Perciò è necessario sentire cosa egli ci dice nella nostra situazione ecclesiale odierna. A me sembra che ci rivolga quella stessa domanda che allora ha rivolto ai suoi discepoli: “Non volete andarvene anche voi?” Cioè: Perché siete rimasti ancora qui con me? Così, più che invitarci a riflettere sugli altri che se ne sono andati e se ne vanno, ci interpella chiedendoci di riflettere soprattutto su noi stessi per prendere chiara coscienza del perché, del vero motivo per cui rimaniamo ancora qui come membri della sua chiesa e di dare una risposta altrettanto chiara a lui, a noi stessi e al mondo.

Se la nostra risposta, nella sostanza, è simile alla confessione di fede di Pietro e a quella del salmista sopra riportata, perché si nutre assiduamente dell’ascolto della Parola di Dio e della preghiera che mantiene vivo il nostro rapporto con lui, impegnandoci a servirlo nel nostro prossimo, ce ne verrà un profondo rinnovamento spirituale personale e comunitario che con la nostra testimonianza potrà incidere nella coscienza di tanti che hanno lasciato la chiesa e forse pure la fede in Gesù Cristo, in modo che possano tornare a lui e di conseguenza a far parte attiva della sua chiesa assieme a noi, e incidere altresì nella coscienza di tanti altri che non appartengono a nessuna chiesa. Potremo fare questo confidando solo in Dio, che sa operare efficacemente servendosi anche di singoli o di pochi credenti, come ha fatto sempre, per compiere le sue opere meravigliose per il bene di molti e perché la lode e la gloria siano date solo a lui.

Agostino Garufi

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