L’immagine dell’Iran, in bilico tra nucleare e diritti umani

Scritto da L'informazione di Rbe il . Postato in Cominciamo bene, diritti umani, Iran, islam, Negoziati, Notizie Evangeliche, uranio

Dopo più di 72 ore di infruttuosi colloqui per i negoziati internazionali sul nucleare in Iran, la situazione è ancora lontana dall’essere sbloccata. Nel frattempo, i quotidiani ci portano la notizia della liberazione di Gronchen Ghavami, donna di 25 anni liberata su cauzione dopo essere stata arrestata per aver guardato una partita di pallavolo maschile. Con Sara Hejazi, antropologa e giornalista, confrontiamo queste due notizie, per trovare i punti di contatto che ci aiutino a capire meglio la situazione nel paese.

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Come commenta le notizie che oggi arrivano dal’Iran? I negoziati sul nucleare e il punto sui diritti umani, in particolare della donna?

«Sicuramente le notizie sono correlate: potremmo vedere la liberazione della ragazza imprigionata, o quella del blogger, Hossein Derakhsan, imprigionato perché accusato di appoggiare l’opposizione, come una sorta di prezzo da pagare per Teheran, per non aggiungere tensione a quella di questi giorni sulla questione del nucleare».

Pensa che il rispetto dei diritti umani sia peggiorato con Rohani?

«Difficile dare una scala assoluta, il problema è che l’Iran è uno dei paesi che applica la Shariʿah al diritto di famiglia, dunque ha bisogno dell’interpretazione di un esperto del Corano per decidere di volta in volta le sentenze e le punizioni alle persone che vengono incriminate per qualche delitto. Ad esempio, nel caso di qualche settimana fa, della pena di morte nei confronti di una donna che aveva ucciso il suo stupratore: in questo caso il Corano prescrive che il giudice che interpreta la legge chieda il perdono alla parte lesa, i familiari dell’uomo ucciso, e se loro dicono di no si procede con la pena di morte. Dire che è peggiorato o migliorato è difficile. Nel 2014, con una sempre maggiore necessità economica e culturale dell’Iran di essere inclusa negli scambi internazionali, si pone sempre di più il peso su questa applicazione della sharia. Questo è uno dei grandi problemi».

L’applicazione della legge pesa di più sulle donne?

«Forse questa è la percezione filtrata dai media occidentali: la condizione femminile negli ultimi 30 anni è la questione che più ha attratto l’occidente per comprendere l’Iran, così complesso da capire. Ma non credo che sia questo il centro: non è sulle donne che il problema è più articolato, anche se viene percepito così. Il problema è che, se la legge viene di volta in volta interpretata da un esperto, il Faqīh, questo va contro il principio della “legge uguale per tutti”, che l’occidente ha acquisito da tempo».

Qual è la reazione della popolazione? C’è resistenza a tutto questo?

«Il livello di resistenza è altissimo, l’Iran è un paese spaccato in due, o forse, potremmo dire, spaccato in mille parti. Pensate a Teheran come ad una mela spaccata: la parte nord è quella dei ricchi, che hanno accesso all’università e ad un’istruzione superiore, che hanno una vita parallela e che si ispirano molto all’occidente, spesso in modo esasperato. Poi c’è la parte sud, più povera, più arretrata, più religiosa che però sta entrando nella società produttiva dagli ultimi 30 anni. Non sono i giovani che si confrontano con un governo vecchio, ma un tipo di Iran che si confronta con altri tipi di Iran. Uno di questi ha avuto dei vantaggi dal governo: pensate alle donne che controllano che le altre donne siano vestite in modo corretto secondo i precetti islamici, che ti fermano per strada se hai i capelli fuori posto. Queste persone fino a non molti anni fa sarebbero morte di fame e ora hanno incarichi statali. Dunque la guerra non è contro un cattivo regime, ma all’interno della società, tra classi sociali e parti diverse dello stesso paese. Forse l’Italia degli anni ‘70 potrebbe aiutarci a capire: l’Italia delle gambizzazioni, delle brigate rosse, la storia è diversa, ma anche qui il paese era spaccato da modelli ideologici diversi, da classi sociali diverse, e così via. I giovani che resistono sono altamente occidentalizzati, contro una fascia molto tradizionalista e religiosa, quasi impaurita dalla modernizzazione occidentale».

Questo dialogo interno, più o meno violento, in quale direzione si sta andando?

«Credo si stia andando nella direzione della apertura, omologazione con l’occidente per motivi economici e di investimenti: in questi anni Iran ha dovuto iniziare a fare da sé, nonostante l’industria di riferimento fosse la Cina. Questo ha implicato che l’industria nel giro di dieci anni è cresciuta in maniera spropositata. La sorte è quella che tocca a tutti i paesi che si industrializzano così in fretta, in una trentina d’anni contro i 200 dell’occidente. I problemi sono di sostenibilità ambientale, perché si sono create delle megalopoli invivibili, Teheran ha 17 milioni di persone per esempio. La direzione dovrà essere una rilettura del tutto tenendo conto di queste diverse essenze del paese. La via islamica dovrà essere un “islam sostenibile”, sempre più persone sono per questa opzione».

Stato Islamico, Stato Ebraico : assistiamo a una stretta religiosa in medio oriente più accentuata che in altri periodi?

«No, credo sia una forzatura. È quello che è successo in Europa e che succede vivendo in un epoca post secolare. Il discorso vale anche per l’islam. Se leggiamo la notizia superficialmente si rimane sconvolti, ma se andiamo più a fondo, i paesi musulmani così come Israele stanno vivendo questo periodo post secolare. La grande differenza, però, è che dal 2001 è diventato di nuovo accettabile parlare di politica in termini religiosi (da Bush che parlava di “chiamata” della storia prima delle guerre in medio oriente): è vero che c’è uno svuotamento del senso religioso, sia in paesi come l’Iran sia in paesi come Israele, in cui la pratica religiosa è svuotata di senso, anche lì i legami della comunità sono frammentati, ma nello stesso tempo è di nuovo diventato possibile parlare in termine pubblici di una chiamata religiosa, dell’Isis, dello stato islamico, dello stato ebraico. Dalla seconda guerra mondiale a oggi sarebbe stato impensabile parlare da un punto di vista pubblico di uno stato religioso, c’era la nazione e basta».

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