La tempesta sedata

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La sera dei discepoli è quella della tempesta, della paura, della mancanza di fede, più avanti della malattia, della morte. La sera di Gesù è quella della tempesta sedata, della fede, della vittoria sulla malattia, sulla morte.

Claudio Tron
Testo biblico

30Diceva ancora: «A che paragoneremo il regno di Dio, o con quale paragone lo rappresenteremo? 31Esso è simile a un granello di senape, il quale quando lo si è seminato a terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; 32ma quando è seminato, cresce e diventa il più grande di tutti i legumi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo». 33Con molte parabole di questo genere esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere. 34Non parlava loro senza parabola; ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. 35In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com’era, nella barca. C’erano anche delle altre barche con lui. 37Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa si riempiva. 38Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?». 39Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e si fece una gran bonaccia.

(Marco 4, 30-39)

«Alla sera, Gesù disse loro: “Passiamo all’altra riva”». «Alla sera». Quando leggiamo que­sto versetto nei manifesti che annunciano la morte di una persona, pensiamo che per quella il sole non è tramontato quando era ancora giorno, ma che è deceduta avanti negli anni. Questa semplice indicazione pratica è letta, dunque, come se fosse una parabola – cioè come le parabole precedenti del capitolo 4 di Marco –; e così sembra che voglia dire che l’età avanzata è la sera della vita e che l’altra riva simboleggia la vita eterna. Questa lettura è ovviamente piuttosto forzata e l’insieme del testo mostra che veramente Gesù ha deciso di attraversare il Mare di Galilea per recarsi sulla sponda opposta. La lettura simbolica del versetto nasce forse da reminiscenze estranee al cristianesimo come quella del traghetto delle anime nell’Ades della letteratura omerica, ripresa, del resto, anche da Dante Alighieri. Ma noi possiamo ricordare le reminiscenze ebraiche dei passaggi ad altra riva, che hanno una forza ben maggiore: il passaggio all’altra riva nel Libro dell’Esodo è il passaggio del Mar Rosso e, in quello di Giosuè, il passaggio del Giordano (Esodo 14, 21-15, 27; Giosuè 3). Arrivare all’altra riva, in quei casi, ha significato veramente incontrare una situazione nuova, un passo avanti verso lo stanziamento nella Terra promessa. Allora accettiamo pure che la decisione di Gesù sia letta come una parabola e che significhi non solo l’attraversamento del lago, ma anche il passaggio a una situazione nuova.

Gesù ha predicato durante la giornata per mezzo di parabole, le cosiddette parabole del regno

Gesù ha predicato durante la giornata per mezzo di parabole, le cosiddette parabole del regno. Sono quattro: quella del seminatore, quella della lampada, quella del seme che cresce da sé e quella del granello di senape. Tutt’e quattro sono ispirate a una grande normalità della vita. Se il seminatore semina nel buon terreno, il raccolto è abbondante; se si accende una lampada la si usa per illuminare l’ambiente; il seme cresce «automaticamente», senza intervento del coltivatore che può alzarsi e andare a dormire normalmente; e, infine, anche un seme piccolo può produrre una grande pianta. Tutta una vita normale, dunque. Sembra che il regno di Dio si realizzi in maniera del tutto pacifica, come fioriscono i fiori a primavera e come si raccolgono i frutti delle piante coltivate. Tutto pacifico, dunque? All’altra riva, anzi, fin da subito, durante l’attraversamento, dopo la poesia della vita vegetale, avanza prepotente la prosa della vita pratica: la tempesta che minaccia di morte i discepoli: «Non ti importa che noi moriamo?». E dopo lo sbarco, nel capitolo 5 di Marco, peggio ancora. Il primo incontro avviene con un indemoniato che con il suo squilibrio mentale vive tra i sepolcri: ha sede nella morte anche quando è fisicamente ancora in vita; poi una donna con una malattia imbarazzante, con una perdita continua di sangue contro la quale a nulla sono valse le cure dei migliori specialisti del tempo; e infine l’incontro-scontro con la morte vera e propria, quella atroce di una bambina.

Quattro parabole di un regno che viene in modo sereno; poi quattro situazioni che contraddicono violentemente questa serenità

Quattro parabole di un regno che viene in modo sereno; poi quattro situazioni che contraddicono violentemente questa serenità e nelle quali la morte è minaccia sempre presente o è presente anche in modo concreto. Questo il normale modo umano di passare da una riva all’altra delle nostre situazioni, quando si fa sera, ma anche quando è mattina o è mezzogiorno. Non c’è dunque il regno di Dio nella concretezza? Sì. Il regno di Dio è presente anche nel concreto. I quattro interventi di Gesù sembrano, nella narrazione dell’evangelo di Marco, mostrare proprio questo. La sera in cui egli decide di passare dall’altra parte non è una sera umana qualsiasi del tempo umano, ma è la lunga sera di Gesù, nella quale si gioca la credibilità del regno annunziato nelle parabole. Si direbbe quasi che le situazioni e i personaggi descritti dall’evangelista sono la sfida più spregiudicata alle parole di Gesù. «Hai annunziato il regno; ci rimproveri perché non abbiamo fede quando ci aggredisce la tempesta in mezzo al mare. Ma allora, che cosa fai quando le cose vanno male? È ancora vero l’annunzio del regno, oppure dobbiamo pensare che sia presente solo nelle belle parole?». Gli interventi di Gesù sono la risposta: «Sì; l’annunzio del regno è ancora vero; anzi, lo è ogni volta di più», «I ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri» (Matteo 11, 5). Allora non dobbiamo leggere che alla sera Gesù decide di passare all’altra riva come un modo sereno di dire che quando la morte arriva dopo una vita a viste umane lunga e serena, è serena anche la morte. Questa non è serena perché arriva tardi, anche se è ovvio che una morte prematura è molto tragica e lo è comunque molto di più della morte di una persona molto anziana.

La morte è sempre un nemico, l’ultimo nemico che sarà vinta

La morte è sempre un nemico, l’ultimo nemico che sarà vinto, che il Signore si metterà sotto i suoi piedi. Possiamo guardare alla morte con serenità, con fede, con speranza solo perché all’altra riva, o nelle innumerevoli rive in cui sbarchiamo nel nostro viaggio su questa terra, c’è il Signore che ha vinto la morte. La sera di Gesù è una sera che non è un tramonto. La sera dei discepoli è quella della tempesta, della paura, della mancanza di fede, più avanti della malattia, della morte. La sera di Gesù è quella della tempesta sedata, della fede, della vittoria sulla malattia, sulla morte. L’imbrunire non è uguale per tutti. In particolare quello di Gesù è sempre diverso dal nostro. Pensiamo alla sera di Natale, alla sera del Getsemani. La prima è quella di una gioia inaudita di attesa di secoli che si realizza. L’altra è la sera dell’angoscia mortale del Signore, che i discepoli vivono nella banalità del sonno che ha il sopravvento sul momento in cui si trovano. Per tutte queste considerazioni guardiamo pure alla morte di una persona anziana usando il versetto in cui Gesù decide di passare all’altra riva come se fosse una parabola.

Ma non limitiamoci a leggere questa parola dimenticando il contesto delle parabole del regno e degli interventi potenti di Gesù.

Ma non limitiamoci a leggere questa parola dimenticando il contesto delle parabole del regno e degli interventi potenti di Gesù. Il passaggio all’altra riva usato come parabola non può esser banalizzato né utilizzato per pensare che a una certa età la morte diventa una cosa naturale e che, come tale, non fa più problema. Il problema della morte nella sua dimensione naturale resta immutato qualunque sia l’età di una persona. La risposta a questo problema sta nella potenza di Dio che risuscita e proprio per questo è una risposta autentica.

(Terza di una serie di quattro meditazioni) (15 aprile 2014) Preghiera Signore, tu mi conosci.

Signore, tu mi conosci. Hai fatto di me una buona pianta, che produce tanto frutto, che cresce anche senza farlo apposta, che può dare luce a chi sta intorno. Hai fatto pure di me una parabola del tuo regno. Intorno è tempesta, malattia, morte. E qualche volta quella pianta che tu vuoi che io sia la trasformo io in tempesta, malattia e morte. Tuttavia non sono sempre io a fare questo. Lo sai. Sai anche come mai tempesta, malattia e morte sopraggiungono, e per questo sai come vincerle con la tua grazia. Grazie, Signore. Amen.

Bibliografia • L. Williamson jr., Marco, Claudiana, Torino 2004 • E. Schweitzer, Il Vangelo secondo Marco, Paideia editrice, Brescia 1971

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