La festa del 17 febbraio

Scritto da valdesidipignano.it il . Postato in Argomenti, evidenza, il 17 febbraio, libertà religiosa

E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.

Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.

SIGNIFICATO DEI FALO

È consuetudine che la sera del 16 febbraio nei villaggi e nelle borgate delle Valli valdesi si accendano dei fuochi di gioia in ricordo della firma delle “Lettere Patenti” con le quali il Re Carlo Alberto concedeva per la prima volta nella storia del Piemonte i diritti civili alla minoranza valdese e, qualche giorno dopo, anche alla minoranza ebraica.

Con questo atto il Regno del Piemonte non solo poneva fine ad una secolare discriminazione nei confronti di una parte dei suoi sudditi, ma avviava anche un processo di modernizzazione che lo poneva al livello degli altri stati europei e alla testa del movimento del Risorgimento italiano. Celebrare oggi quell’evento non vuol dire solo ricordare un momento del passato, ma soprattutto essere consapevoli che la libertà di coscienza è una delle libertà fondamentali di uno stato democratico come del resto viene anche affermato nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana.

Libertà e fratellanza sono insiti nell’accensione del falò, “fuoco della libertà”, simbolo gioioso di comunione e dialogo tra popoli, culture e fedi diverse. La festa, da sempre, non ha un carattere religioso – sebbene i valdesi siano oggi ancora riconoscenti al Signore per la libertà ottenuta – ma civile. Intorno al falò si raduna tutta la popolazione al di là delle differenziazioni politiche, culturali, religiose, per una grande festa popolare. Quest’anno e, speriamo ancora di più l’anno prossimo, l’auspicio è che quante più persone, provenienti anche da paesi diversi, si uniscano alla gioia della popolazione locale per la libertà che è dono e conquista ad un tempo.

Impossibile dire quanti siano i falò che si accendono la sera del 16 febbraio sui fianchi delle colline del pinerolese e per le pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca. Qua e là, spontaneamente si formano delle fiaccolate che precedono l’accensione dei falò. Alle ore 20, per consuetudine, si accendono i fuochi, intorno ai quali la gente si riunisce per cantare, ascoltare brevi messaggi e riscaldarsi con un bicchiere di “vin brulé” generosamente offerto dalle associazioni locali. Suggestivo è lo spettacolo dei tanti fuochi che illuminano la notte.

Fonte: Articoli del sito www.chiesavaldese.org.

 Abbiamo raccolto alcuni articoli scritti in occasione della festa del 17 febbraio.

 «LIBERE PREDICARE» di Giorgio Bouchard

In una fredda serata del febbraio 1848, una piccola folla si accalcava davanti a un palazzo nobiliare di Torino: nella folla c’era un intraprendente pastore valdese (Amedeo Bert) e un reduce della battaglia di Waterloo, il colonnello Charles Beckwith. Dentro il palazzo c’era Roberto d’Azeglio, fratello di Massimo: la folla applaudiva, ma Roberto non si affacciava: si era limitato a fare accendere le luci dello scalone.

Che cosa stava dietro a questa scena di straordinaria dignità? Per i valdesi, sei secoli e mezzo di persecuzioni: per il Piemonte e per l’Italia, quattro secoli di asservimento civile, politico e religioso. Ma ora, questa «serva Italia» cominciava a respirare. Cavour puntava su un’Italia liberale e religiosamente «neutra», come gli aveva insegnato il pastore Alexandre Vinet. A fianco di Cavour stavano i fratelli d’Azeglio e proprio Roberto era riuscito a convincere Carlo Alberto a firmare (il 17 febbraio) quelle «Patenti Albertine» che riconoscevano ai valdesi i diritti civili: una vittoria dello spirito del Risorgimento.

Certo, la strada verso l’unità d’Italia era lunga, ma più lunga era la strada verso la libertà religiosa. Cominciarono i valdesi, affrontando processi e prigioni per poter aprire chiese e scuole in tutto il Regno. Subito dopo arrivarono gli altri evangelici: giobertiani, garibaldini e mazziniani diedero vita alle Chiese Libere; umili credenti cominciarono a radunarsi nelle Assemblee dei Fratelli; poi arrivarono le grandi chiese del Risveglio evangelico (metodisti e battisti) seguiti più tardi dai figli del secondo Risveglio, avventisti e pentecostali. Erano poche decine di migliaia, ma seppero portare alle masse degli oppressi una Parola liberante: la Bibbia.

A questi movimenti evangelici lo Stato liberale concesse un’ampia libertà di fatto, anche se restava in vigore lo Statuto Albertino che incoraggiava il conformismo religioso. Con il regime fascista questo conformismo ricominciò a pervadere tutta la società: i Patti Lateranensi (1929) ribadivano il cattolicesimo quale «religione dello Stato», e le chiese evangeliche venivano emarginate o perseguitate (i Pentecostali). Non c’è quindi da stupirsi se migliaia di evangelici hanno scelto di militare nella Resistenza. Ma proprio dalla Resistenza è nato il più bel gioiello della Repubblica: la Costituzione. Per garantire la libertà delle confessioni di minoranza, l’articolo 8 prevedeva la stipula di Intese garantite per legge. Cominciava una nuova battaglia: per arrivare a un’Intesa i valdesi (con i metodisti) ci misero 36 anni, avventisti e pentecostali 40, gli ebrei 41, battisti e luterani 44.

Una cosa fu però ben chiara fin dal 1948: noi non combattevamo per la nostra libertà ma per un’Italia democratica e pluralista. Oggigiorno vivono in Italia 4 milioni di immigrati: ortodossi, musulmani, induisti, buddisti e altri. Senza saperlo, stipulando le Intese, abbiamo lavorato anche per loro, per la loro dignità, per la loro libertà; e anche oggi ci battiamo perché sia approvata quella «legge sulla libertà religiosa» che darebbe loro, finalmente, la piena libertà di espressione. Ma anche tra gli italiani di nascita ci sono delle «novità»: 400.000 testimoni di Geova professano una fede (e un’etica) rigorosa. Ci sono poi coloro che non hanno una fede religiosa: vogliamo evangelizzarli ma non vogliamo che i loro figli siano sottilmente discriminati.

Oggi, in Italia, vivono circa 500.000 evangelici (africani e coreani compresi). Non siamo più la tenue diaspora dell’epoca fascista: siamo una componente significativa, e non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità. L’anno prossimo celebreremo i 150 anni dell’Unità d’Italia: che Italia sarà? Vorremmo che fosse un’Italia libera e giusta. A questa Italia noi chiederemo ciò che i valdesi chiedevano 830 anni fa: «libere predicare», e così contribuire alla rinascita morale e civile della nostra Patria.

(Tratto da Riforma del 12 febbraio 2010)

IL FUOCO DELLA LIBERTA’ di Giuseppe Platone

La sera del 16 febbraio, secondo la tradizione che risale all’anno 1848, in molte località delle valli valdesi si accenderanno i fuochi, i falò di gioia. E non solo alle valli. Ricordo, anni fa, di avere partecipato a un bel falò valdese in Sicilia e a un altro in Liguria, sulla spiaggia. C’è dunque dietro a quel fuoco di libertà un retroterra storico che può scadere a semplice fatto folclorico ma che, nella sua essenza, rinvia alla libertà del cristiano. Una libertà conquistata a fatica ma allo stesso tempo ricevuta come un dono. Essa è tra i beni più preziosi, dopo la vita, che abbiamo su questa nostra terra e si coniuga in libertà di coscienza, di potere scegliere… e pur di essere liberi siamo disposti a giocarci tutto.

Anche noi, come cittadini di questo Stato e come credenti evangelici cerchiamo la libertà. La festa del XVII Febbraio, che chiamiamo «festa della libertà», ha per noi una valenza civile e politica; riguarda storicamente l’emancipazione di una minoranza. Fu una conquista di civiltà che sarà pienamente affermata solo il giorno in cui tutte le minoranze e le fedi saranno uguali di fronte allo stesso stato. Ne abbiamo parlato tante volte anche a proposito del fatto che in questo nostro paese manchi una legge che inquadri, in modo equo, la questione della libertà religiosa. Siamo ancora in clima di disparità anche se, attraverso l’Intesa, un risultato l’abbiamo raggiunto. Ma ci sono ancora molti soggetti in anticamera che aspettano di siglare la loro Intesa. In altre parole, se parliamo di libertà bisogna precisare di quale libertà si tratta. Anche perché il termine è inflazionato e piegato a finalità diverse. È un «pongo» adattabile a ogni situazione. Per esempio, a proposito di libertà di informazione si corre il rischio (o ci siamo già dentro?) di ridurla a una parodia del pluralismo. Le voci vere di controinformazione, le piccole testate, le esperienze coraggiose ma povere di mezzi economici sono di fatto soffocate dal clamore dei colossi mediatici e cartacei. Il rischio di una libertà che è solo apparente, dettata da regole di mercato che massificano i comportamenti, è reale.

Il contenuto della libertà a cui guardiamo è legato all’evangelica «verità che ci farà liberi», al discepolato dietro il Cristo (non davanti o al suo posto) In questa stagione di affanno delle nostre chiese, non dimentichiamo che la libertà è come il fuoco. Illumina, riscalda ma può anche distruggere. La ricerca di libertà può essere usata come un’arma per costringere tutti dentro lo stesso schema. Se la libertà non si traduce in servizio verso la libertà degli altri (e quindi verso noi stessi), si rischia, anche nella chiesa, di «morderci e divorarci gli uni gli altri» (Galati 6, 15) in un infinito gioco al massacro. Lasciamo dunque fiorire il dono che abbiamo ricevuto della libertà nelle sue varie tonalità che colorano la nostra vita.

(Tratto da Riforma del 28 gennaio 2005)

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