La fecondazione eterologa in Lombardia

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La fecondazione eterologa è una modalità di fecondazione medicalmente assistita. Si parla di fecondazione omologa quando il seme e l’ovulo utilizzati appartengono alla coppia di genitori del nascituro, mentre di fecondazione eterologa quando provengono da un soggetto esterno alla coppia.

In Italia, la Legge 40 del 2004 ha voluto mettere dei limiti alle possibilità delle coppie in materia di procreazione assistita, ma è stata negli anni smontata da diverse sentenze, in ultimo quella della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la parte dedicata alla fecondazione eterologa.

Dopo la scelta della Corte Costituzionale, ogni regione ha parziale autonomia in materia, tanto che la Regione Lombardia ha deciso di far sostenere ai genitori le spese per questo tipo di procedura, motivando che non si tratta di una cura essenziale. Le polemiche sono state molte, tra cui quella del sindaco di Milano Pisapia, che ha parlato di una scelta «oscurantista e discriminatoria».

Abbiamo commentato la notizia con Monica Fabbri, biologa, per 10 anni membro della Commissione bioetica della Tavola Valdese.

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Come commenta la notizia?
«Penso che sia vero che è una decisione oscurantista e iniqua. Iniqua perché non è giusto costringere le persone ad andare in altre regioni, anche perché le procedure sono lunghe, e non tutti potranno sopportare i costi delle frequenti trasferte; è oscurantista nel senso che la Regione Lombardia già sostiene economicamente altri tipi mi procreazione medicalmente assistita, come la fecondazione artificiale».

Come si è arrivati a questa scelta in Lombardia?
«Si è arrivati in seguito alle decisioni nell’ambito dell’autonomia delle regioni, in cui possono decidere quali prestazioni fornire e quali non fornire. È quasi sicuro che la Regione dovrà tornare indietro su questa scelta quando la Lorenzin, o il Parlamento, decideranno di fare una legge in questo senso. Il Ministro Lorenzin potrebbe farlo anche subito, introducendo la metodica all’interno dei LEA, come sarebbe giusto e lecito fare, visto che le altre metodiche di fecondazione medicalmente assistita già sono inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza».

Maroni è stato accusato di aver fatto questa scelta per accontentare CL, che ne pensa?
«Sono convinta che abbia ceduto a delle pressioni: la scelta è incoerente rispetto ad altre scelte che ha fatto in Lombardia, la quale rimborsa spesso anche delle cure sanitarie non necessarie, come i vaccini allergologici; molte regioni non li rimborsano, e invece questa cura, anche se costosa, è appoggiata all’interno della Regione».

Tra le notizie di oggi si parla dell’assenza di donatori, in Piemonte per esempio.
«Non credo sia un problema reale: non credo che i donatori debbano arrivare dalla stessa regione di chi ricorre alle cure, ci vorrà sicuramente un albo nazionale per i donatori».

Perché è così difficile comunicare la “questione eterologa”?
«L’eterologa suscita sempre molte polemiche, perché per qualche motivo rimanda a delle pratiche che sembrano innaturali, come dare la possibilità alle coppie omoaffettive o a donne in età avanzata di avere figli. Ma in realtà queste pratiche non sono consentite in Italia, per leggi precedenti alla Legge 40, mentre è ammessa per quelle coppie in cui uno dei due è sterile. Se un uomo ha avuto una leucemia in età prepuberale e ha subito chemioterapia, o in seguito ad un incidente o a un trauma non sarà in grado di procreare. In questo caso l’unica possibilità è la donazione di gamete».

C’è una via d’uscita per la Lombardia e in generale per questi problemi bioetici?
«Per la Lombardia esiste: che il Ministero inserisca l’eterologa nei LEA. In questo modo, pur mantenendo la sua autonomia, la Regione non dovrebbe metterla a pagamento. Per l’altro aspetto ci vorrebbe un operazione culturale. Purtroppo con l’eterologa c’è stata una grande campagna di disinformazione: pensiamo che quando ci fu il referendum contro la Legge 40, le persone che votarono sì, dunque contrarie, furono un milione in meno che non diedero il sì per l’eterologa. Quindi persino le persone contrarie alla legge su questo metodo avevano dei dubbi: la campagna di informazione non è stata appropriata».

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