GESÙ NEL GETSEMANI

Scritto da Agostino Garufi il . Postato in Bibbia, Pasqua, riflessioni

004_danny_hahlbohm_lord_s_prayerPadre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi

(Marco 14/36)

Quando Gesù pronunciò questa preghiera stava vivendo un’ora molto sofferta, seguita da quelle altrettanto patite fino alla morte sulla croce. Quella sera, dopo la sua ultima cena, egli andò coi suoi discepoli nel giardino del Getsemani, dove era solito recarsi. Lasciati gli altri un po’ in disparte, prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò ad essere spaventato e angosciato. E disse loro: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate”. E andato un poco più avanti, si gettò a terra e si mise a pregare dicendo più volte e con tutta l’anima sua: “Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi

Come mai Gesù chiede al Padre suo di evitargli di bere questo calice amaro, anzi amarissimo, dato che sapeva che lo aveva mandato nel mondo per questo? Infatti sin dall’inizio del suo ministero è stato sempre chiaramente consapevole di essere lui quel “servo sofferente” del Signore annunciato nel capitolo 53 di Isaia, che sarebbe stato ucciso e che così avrebbe riscattato tutti gli esseri umani. Perciò è andato costantemente verso quella meta, certo molto dolorosa, respingendo sempre nettamente ogni proposta e tentazione contraria. Come mai, dunque, arrivato ora il momento di bere quel calice, chiede al Padre suo di risparmiarglielo?

Considerando che Gesù è Colui nel quale si è incarnata la Parola di Dio, nella quale è la vita (Gv. 1:1-4 e 14), chi può capire veramente quale angoscia egli ha provato davanti alla sua morte e a quella morte? Però egli è anche uomo, pienamente uomo come tutti gli esseri umani. Perciò, come tale, ha avvertito, sentito e sofferto realmente tutto quello che ogni creatura umana avverte, sente e soffre. Così in questo noi possiamo vedere la sua concreta e piena partecipazione alle nostre molteplici e gravi afflizioni, condividendole con noi e con tutta l’umanità. Inoltre in lui, Figlio di Dio, sofferente con noi e per noi possiamo vedere l’Emmanuele, cioè “Dio con noi” e per noi in qualunque afflizione nostra e di ogni altra creatura. E il fatto più consolante è che questo porterà noi e tutta l’umanità alla liberazione da ogni male per sempre, perché colui che ha sofferto ed è morto con noi e per noi è risuscitato quale primizia e pegno di risurrezione e vita redenta per tutti.

Oltre a questo, possiamo anche imparare ciò che Gesù qui ci insegna sulla preghiera col suo stesso comportamento. Egli prega il Padre celeste con la certezza della sua onnipotenza e lo fa con profonda umiltà (si prostra a terra), con perseveranza (gli chiede più volte la stessa cosa) e sottomettendosi comunque alla sua volontà dicendo ogni volta: “Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. Potremo dire che in fondo con questa preghiera Gesù ha cercato di sintonizzarsi più intimamente con la volontà del Padre suo, per non subirla con passiva rassegnazione, ma per poterla accogliere e farla come essa è realmente, cioè buona e accettevole, anche quando comporta un tale doloroso sacrificio, che però nel progetto di Dio serve alla sua gloria e al bene supremo di chi lo prega.

Così vediamo che in un certo modo la preghiera di Gesù non è stata esaudita, perché egli ha dovuto percorrere la via della croce fino in fondo; però possiamo anche constatare che con quella preghiera egli ha ricevuto tanta forza da percorrere quella via con serenità d’animo e di spirito fino alla fine.

La stessa cosa può succedere anche a noi se preghiamo nello stesso modo, cioè con fiducia nella onnipotenza, nella sapienza e nella immensa bontà di Dio che, anche quando sembra non esaudirci, fa cooperare ogni cosa, comprese quelle più avverse e dolorose, al nostro vero ed eterno bene.

Past. Agostino Garufi

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