Fede e fedi. Religioni al plurale

Scritto da Riforma.it il . Postato in Pagina Biblica

Odio e discriminazioni esercitate nel nome di Dio non hanno consentito, nei secoli passati, il crescere della pluralità religiosa nel nostro Paese. Oggi, è possibile che il bene pubblico veda l’apporto positivo delle religioni, nel quadro delle regole costituzionali.

di Giuseppe Platone

Tutto il capitolo 25 del libro degli Atti è come un copione di una pièce teatrale, mi sembra persino di vederlo questo povero Festo. Gli arrivano in casa, nella sua piccola provincia nientepopodimeno che un re e sua sorella. Ma mica per una notte. La cosa va per le lunghe. Non si schiodano più. Finché una sera, tra un cordiale e l’altro, Festo racconta al re Agrippa ciò che gli era successo tempo prima a Gerusalemme, quando gli avevano presentato il «caso Paolo», seguace di una nuova religione. Un caso che, da alcuni notabili di Gerusalemme, era valutato come pericolosamente destabilizzante. Al punto che nelle segrete stanze del potere si era già architettata un’imboscata mortale nei confronti di Paolo. Un modo collaudato per far fuori u­na persona che metteva in questione tutto il sistema religioso e di potere: se la cosa fosse andata avanti, infatti, il collante della società – la religione appunto! – rischiava di liquefarsi. Ma Festo si oppone a questo disegno criminale.

Molto bella nel testo che precede il nostro brano la difesa di Paolo davanti a Festo

Molto bella nel testo che precede il nostro brano la difesa di Paolo davanti a Festo: «Se mi dimostrate che ho commesso dei reati – dice in sostanza Paolo – degni di morte, non rifiuto di essere giustiziato. Ma io, predicando il Cristo, penso di non aver fatto male a nessuno». Dopo avere interloquito con Festo, Paolo avrà occasione di farlo anche con il re Agrippa. E alla fine (con una rapidità a noi sconosciuta) arriva la sentenza: l’imputato a nostro avviso non ha commesso nulla che meriti la morte. Per il diritto romano le accuse mosse da parte dei notabili giudei non erano rilevanti, né sufficienti per incriminare Paolo. Del resto – diciamocela tutta – per Festo questo contenzioso tra giudei e Paolo, tutto giocato sulla figura del Cristo (un «morto» ancora «vivo») è poco più di una storiella. Festo si sarà chiesto: se Cristo è stato crocifisso, come fa a vivere? Insomma questa nuova religione, per Festo, è superstizione. Ma nei palazzi dell’Impero la via predicata da Paolo non sembrava turbare gli animi più di tanto. Cesarea non era Gerusalemme. Questa di Gesù era una questione interna, poco rilevante, riguardante beghe di una religione straniera. Ma a Gerusalemme, nella cerchia dei rigidi guardiani della religione, qual era il nocciolo vero della questione? Direi il fatto oggettivo che il personaggio Cristo, reputato da molti il Messia tanto atteso, avesse annunciato una redenzione per tutti i popoli e che fosse poi miseramente finito sul palo destinato agli schiavi ribelli. Se questa storia fosse stata accettata come verità, tutto il sistema – che si reggeva sull’elezione di un solo popolo e di un Messia vincitore – sarebbe crollato. Ma questa stessa storia, pronunziata in un contesto paganeggiante, politeista, veniva recepita come un mito religioso tra i tanti.

Sia da parte di Festo che del re Agrippa affiora nel racconto un sincera curiosità nei confronti della nuova religione dei cristiani

Sia da parte di Festo che del re Agrippa affiora nel racconto un sincera curiosità nei confronti della nuova religione dei cristiani. Si organizza un’audizione coi fiocchi: accanto al re c’è sua sorella e tutto intorno la schiera di autorità civili e militari. E qui, Paolo svolge con maestria un’arringa che è un capolavoro. C’è in quell’argomentare stringente di Paolo (cf. cap. 26) tutta la sua strabordante passione per la causa evangelica. Ma quando Paolo arriva al redde rationem della nuova religione – ossia al fatto centrale del Cristo che è il primo nella risurrezione, e che è luce sia del popolo eletto sia di tutti i popoli – Festo zittisce Paolo. Gli chiede se stia dando i numeri. L’apostolo però non si smonta, replica subito rivolgendosi anche al re. Quest’ultimo, a sua volta, davanti a tanta foga testimoniale, chiede a Paolo se stia cercando di convertirlo. «Fosse vero se io, con l’aiuto di Dio – replica in buona sostanza Paolo – potessi riuscire ad aprire al messaggio dell’Evangelo la tua mente e quella delle autorità qui presenti». Insomma, un dibattito serrato, ma alla fine gli interpreti del diritto romano approdano a una conclusione provvisoria e importante: «Quest’uomo non ha fatto nulla perché venga messo in catene o giustiziato». Il complesso episodio narrato da Luca ci fa capire come il contesto culturale e giuridico condizioni il messaggio della religione.

Ma non è forse questa la nostra situazione?

Ma non è forse questa la nostra situazione? Ciò che è normale in un altro contesto, come costruire un luogo di preghiera, qui a casa nostra può diventare occasione di conflitto. Bloccare il crescere della società plurale sotto il profilo religioso è dannoso. Se l’istituzione pubblica – e in Lombardia succede – discrimina una religione presente e diffusa sul territorio, si lacera anche il tessuto sociale. E quando questo succede, riappare virulento e aggressivo «lo scontro di civiltà» che ha ancora tanti, troppi cultori. Quando Paolo spiega al re Agrippa che la religione cristiana non è stata fondata da Gesù ma che la sua persona vivente è l’oggetto della fede, fornisce i primi dati informativi su cosa credono i seguaci della nuova religione. Una buona informazione su cosa sia la religione da parte di chi la pratica svelenisce l’ambiente, aiuta la coesione sociale; al contrario, sono i pregiudizi che alimentano discriminazioni e conflitti. Se, con la stessa energia con cui ci stiamo occupando di ecumenismo tra cristiani (essere ecumenici è parte costitutiva del nostro essere protestanti) ci occupassimo anche di dialogo/confronto interreligioso, ci guadagnerebbe anche l’ecumenismo. È una strada tutta in salita, anche perché nel nostro Paese non esiste nella scuola di Stato un insegnamento di storia delle religioni, affrontato senza ipoteche confessionali. Ma il fatto delle religioni, assente a scuola, è comunque presente e visibile nella vita cittadina. Non c’è grande città che non abbia qualche centro di preghiera islamico, o sale dei Testimoni di Geova, o comunità ortodosse ospitate in edifici sacri dati in comodato dal mondo cattolico, e via dicendo.

Il tempo è più che favorevole per organizzare tavoli interreligiosi nelle città italiane

Il tempo è più che favorevole per organizzare tavoli interreligiosi nelle città italiane, per dialogare e conoscersi confrontandosi, tra sensibilità religiose diverse, anche sulle urgenze del nostro tempo. Per promuovere, anche sul terreno religioso, la dignità di ogni persona credente o non credente. Ma se si vogliono perseguire questi obiettivi, occorre – come successe in quella lontana provincia dell’Impero – che l’interessato possa spiegare le proprie ragioni. È la soglia minima da cui partire per contribuire, anche sotto il profilo religioso, al bene pubblico. Senza pretendere privilegi o prevaricando in nome del proprio credo. Ma esercitando una posizione umile e costruttiva. Su un piano di parità con gli altri credi e davanti alla legge. Odio e discriminazioni esercitate nel nome di Dio non hanno consentito, nei secoli passati, il crescere della pluralità religiosa nel nostro Paese (perché le religioni storicamente «diverse» sono state puntualmente, nell’orto dell’unico padrone, estirpate). Oggi che il quadro è cambiato, è possibile che il bene pubblico veda l’apporto positivo delle religioni, nel quadro delle regole costituzionali. Di fronte allo Stato laico.

(Seconda di una serie di tre meditazioni)

(17 aprile 2013)

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