Commento al Magnificat

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Lettera al Duca di Sassonia di M. Lutero

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COMMENTO AL MAGNIFICAT

M. Lutero

AL DUCA DI SASSONIA

All’illustrissimo e nobilissimo Principe e Signore Giovanni Federico,Duca di Sassonia, Langravio di Turingia e margravio di Meissen, mio gentile Signore e Protettore, il suo devotissimo cappellano Dr. Martin Lutero.

Serenissimo, nobilissimo Principe e gentile Signore, che la mia umile preghiera e la mia disponibilità siano sempre dirette nei confronti di Vostra Grazia. Mio egregio Signore, ho umilmente ricevuto poco fa la lettera che Vostra Grazia ha avuto la cortesia di indirizzarmi, il cui rassicurante contenuto mi ha rallegrato.

Poiché da tanto tempo Vi ho promesso un commento del Magnificat, che non ho potuto scrivere quando avrei voluto perché ostacolato dalle cattive azioni di molti avversari, ho deciso di rispondere alla Vostra lettera con questo opuscolo, per timore che un ulteriore ritardo, non più giustificato, non diventi per me motivo di vergogna, impedendo al gentile animo della Signoria Vostra, amante della Sacra Scrittura, di approfondire le sue conoscenze e i suoi studi dai quali ricaverà forza ed entusiasmo, con l’assistenza della grazia divina, che auguro a Vostra Grazia.

Ciò costituisce una cosa della massima importanza, in quanto la salvezza di molta gente, dipende dalla grandezza di un principe che disposto a rinunciare al proprio arbitrio si lascia guidare dalla grazia di Dio, mentre egli può costituire la loro rovina se confida soltanto in se stesso.

Infatti, se è vero che il cuore di tutti gli uomini sta nella mano di Dio onnipotente, e pur vero che è stabilito che: “Il cuore del re si trova nella mano di Dio ed Egli lo dirige dove vuole”. Dio vuole infondere nel cuore dei potenti il timore che si deve nutrire per Lui, affinché capiscano che i loro pensieri non valgono nulla senza l’ispirazione di Dio. L’aiuto di altre persone può recare giovamento o danni soltanto ad esse o a pochissimi altri.

I signori, infatti, arrecano vantaggi e danni a tanta più gente tanto più grande è il loro dominio.

Per questo motivola Scritturadefinisce i principi pii e timorati di Dio, angeli o perfino dei, mentre quelli perversi sono indicati come leoni, dragoni e bestie feroci, da Dio stesso annoverate nei suoi quattro flagelli, insieme alla carestia, alla pestilenza e alla guerra.

Infatti la natura del cuore umano, fatto di carne e di sangue, è facile preda dell’orgoglio, e quando poi si trova ad avere anche potere, onore e ricchezze, diventa presuntuoso e troppo sicuro di sé, tanto da dimenticare Dio e da non avere più riguardo per i suoi sudditi, e poiché può compiere il male senza essere punito, agisce come una bestia, fa ciò che vuole, tanto che, formalmente è un signore, ma in sostanza è un mostro, e come ebbe a ben dire il savio Biante: Magistratus virum ostendit“, il potere manifesta la natura dell’uomo. In tal caso i sudditi non osano più esprimere i loro pensieri per paura dell’autorità.

Ora, poiché i prìncipi non devono temere gli uomini, è necessario che essi temano Iddio più di qualsiasi altra persona, che conoscano bene lui e le sue opere e prestino attenzione a come si comportano, come dice san Paolo in Romani, XII: “Chi governa, lo faccia con diligenza”.

Ritengo che in tuttala Scritturanon vi sia alcun altro passo adatto a questo scopo del santo cantico della benedetta madre di Dio; questo dovrebbe essere conosciuto e ricordato da tutti coloro che intendono governare correttamente, animati dal desiderio di agire per il benessere del popolo.

E infatti, Lei canta con grande dolcezza il rispetto che si deve a Dio ela Suagrandezza, descrivendo in particolare il Suo intervento nei confronti di tutti gli uomini, sia di alta che di bassa condizione.

Che gli altri ascoltino pure il canto mondano di una meretrice, mentre un principe e signore è preferibile che l’ascolti l’inno di salvezza spirituale e puro di questa vergine casta.

Bella è l’usanza diffusa in ogni chiesa di cantare quest’inno ogni giorno ai vespri, riservandogli un rilievo particolare rispetto ogni altro canto.

La dolce madre di Dio mi conceda lo Spirito, affinché io possa spiegare con sufficiente efficacia questo suo canto, per consentire a Vostra Grazia, e a noi tutti, di trarne una conoscenza che ci conduca alla salvezza e a una vita lodevole, in modo da poter celebrare e cantare questo eterno Magnificat nella vita eterna. Che Iddio lo voglia. Amen. Mi raccomando a Vostra Grazia, umilmente pregandoLa di voler gradire il mio piccolo dono.

Wittenberg, il giorno dieci marzo dell’anno 1521.

IL MAGNIFICAT

  1.        I.               L’anima mia magnifica il Signore
  2.        II.               e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
  3.       III.              perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
  4.       IV.              Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome:
  5.       V.              di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
  6.       VI.              Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
  7.      VII.             ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
  8.      VIII.             ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.
  9.       IX.              Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
  10.       X.              come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

PREFAZIONE E INTRODUZIONE

Per comprendere bene questo santo canto di lode, bisogna precisare che la benedetta Vergine Maria parla in base alla sua esperienza, essendo stata illuminata e istruita dallo Spirito Santo; nessuno, infatti, può capire correttamente Dio ela Suaparola, se non gli è concesso direttamente dallo Spirito Santo. Ma ricevere tale dono dallo Spirito Santo, significa farne l’esperienza, provarlo, sentirlo; lo Spirito Santo, insegna nell’esperienza come in una scuola, all’infuori della quale nulla s’impara se non parole e chiacchiere. Dunque la santa Vergine, avendo esperimentato in sé stessa che Dio opera grandi cose in lei, per quanto umile, povera e disprezzata, lo Spirito Santo le insegna questa grande arte comunicandole la sapienza, in base alla quale Dio è il Signore che si compiace di innalzare ciò che è in basso, e di abbassare ciò che è in alto, in altre parole, che distrugge ciò che è costruito e costruisce ciò che è distrutto.

Così come al principio della creazione, egli creò il mondo dal nulla, per cui è anche chiamato Creatore Onnipotente, ancora oggi il suo modo di operare conserva questo carattere,e lo conserverà fino alla fine dei tempi, continuando a trarre da ciò che è nulla, piccolo, disprezzato, misero e morto, qualche cosa di prezioso, onorevole, beato e vivente, e viceversa, tutto ciò che è prezioso, onorevole, beato, vivente, Egli lo riduce a niente, a una cosa piccola, disprezzata, misera ed effimera. Nessuna creatura può agire in questo modo, poiché nessuno può dal nulla creare qualche cosa.

Gli occhi di Dio, dunque guardano soltanto verso il basso e non verso l’alto, come viene detto in Daniele, III: “Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini”; e nel Salmo CXXXVII: “In alto sta il Signore, ma si prende cura dei piccoli, da lontano riconosce il superbo”. Così pure dice il Salmo CXI: “Dov’è un Dio simile al nostro, che siede nei luoghi eccelsi, eppure riguarda agli umili nei cieli e sulla terra?”. Ora, poiché sta tanto in alto che non esiste nessuno pari a Lui in grado di sovrastarLo, Egli, non potendo guardare al sopra di sé e neppure accanto a sé, deve necessariamente guardare in sé stesso e sotto di sé; ecco perché, quanto più uno si trova in basso, tanto meglio Egli lo vede.

Ma il mondo e gli occhi degli uomini fanno il contrario, guardano soltanto in alto, vogliono in ogni modo salire, come è detto nei Proverbi, XXX: “C’è gente così superba e sicura di sé che guarda gli altri dall’alto in basso!”.

Tutti i giorni possiamo constatare come ognuno tenda ad elevarsi al di sopra di se stesso, ad una posizione d’onore, di potenza, di ricchezza, di dominio, ad una vita agiata e a tutto ciò che è grande e superbo. E ognuno vuole stare con queste persone, corre loro dietro, le serve volentieri, ognuno vuol partecipare alla loro grandezza. Non per nulla nella Scrittura i re e i principi pii sono rari. Nessuno vuole guardare in basso, dove c’è povertà, vituperio, bisogno, afflizione e angoscia, anzi tutti distolgono da ciò lo sguardo. Ognuno sfugge le persone che si trovano in quella condizione, le scansa, le abbandona, nessuno pensa di aiutarle, di assisterle e di far sì che anch’esse migliorino nella loro situazione: devono rimanere in basso ed essere disprezzate. Non v’è alcun creatore tra gli uomini che voglia fare qualche cosa dal nulla, come pure insegna san Paolo in Romani, XII: “Fratelli diletti, non stimate le cose alte, ma attenetevi alle umili”.

Dio soltanto sa riguardare a quelli che si trovano nel dolore più profondo e nell’afflizione, ed è vicino a tutti coloro che si trovano in infime condizioni, come dice Pietro: “Egli resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili”. E da quest’abisso salgono l’amore e la lode di Dio. Nessuno può lodare Iddio, se prima non ha iniziato ad amarlo. Così pure nessuno lo può amare, se non percepisce il suo amore e la sua bontà. Egli, però, non può essere conosciuto in tal modo se non attraverso le sue opere. Quando, perciò, in base all’esperienza, lo si conosce come un Dio che guarda verso il basso e soccorre i poveri, i disprezzati, i miseri, gli afflitti, gli emarginati e quelli che non contano nulla, egli diventa tanto amabile che il cuore trabocca dalla gioia, e palpita e sussulta per il grande piacere che trova in Lui.

E allora immediatamente lo Spirito Santo insegna nell’esperienza questa entusiasmante arte e questo piacere. Per questa ragione Dio ha fatto passare su noi tutti la morte e ha dato ai suoi figlioli più cari e ai cristiani la croce di Cristo con innumerevoli sofferenze e necessità, anzi talvolta lascia perfino che cadano nel peccato, per poter intervenire per aiutarli nella miseria, per compiere molte opere e manifestarsi loro come un vero Creatore, ed apparire in tal modo degno di amore e di lode; ma purtroppo il mondo con il suo sguardo altero gli si oppone continuamente e l’ostacola mentre Egli cerca di provvedere, di operare, di soccorrere, di farsi conoscere, amare e lodare, togliendo a Lui tutto quest’onore e privandosi, così facendo, della gioia, del piacere e della salvezza. Così Dio ha gettato nelle profondità di ogni afflizione anche Cristo, suo unico dilettissimo Figliolo, e in Lui in modo eminente ha mostrato come Egli suole guardare, operare, soccorrere, consigliare e volere, e a che cosa tende con tutto questo; perciò anche Cristo, che ha ben sperimentato tutto questo, rimane in eterno pieno dell’amore e della lode di Dio, come dice anche il Salmo XV: “Tu lo riempi di pura gioia nel tuo cospetto”, perché ti vede e ti conosce. Al riguardo anche il Salmo XLIV dice che tutti i santi non faranno altro che lodare Iddio in cielo, perché Egli ha volto il Suo sguardo in basso su di loro e si è fatto loro conoscere come un Dio degno di amore e di lode.

In tal modo, anche la dolce madre di Cristo ci insegna con l’esempio della sua vita e con le sue parole, come si deve conoscere, amare e lodare Iddio. E poiché, gioisce nel suo spirito, lodando e glorificando Dio per aver rivolto il Suo sguardo su di lei nella sua umile condizione, dobbiamo presumere che avesse genitori poveri, disprezzati e di umile condizione.

Vogliamo chiarire questa circostanza ai ciechi e alle persone semplici . Senza dubbio anche a Gerusalemme, come in tante altre città, vi erano figlie di sommi sacerdoti e consiglieri, le quali erano ricche, belle, giovani, colte e onoratissime da tutti (come lo sono ora le figlie dei re, dei prìncipi e dei ricchi). A Nazareth, che era la sua città, non era la figlia di uno dei capi, ma di un semplice e povero cittadino, il quale non godeva né di onori, né di considerazione. E fra le figlie dei suoi vicini era una fanciulla modesta che badava al bestiame e accudiva alle faccende domestiche, proprio come oggi avviene per una povera ragazza di casa che attende alle necessità familiari. Così aveva annunziato Isaia, al capo XI: “Un virgulto spunterà dal tronco di Jesse e un fiore nascerà dalla sua radice, sul quale riposerà Io Spirito Santo”. Il tronco e la radice è la progenie di Jesse o di Davide, ossia la vergine Maria, il virgulto e il fiore è Cristo. Ora come è incredibile che da un tronco e da una radice secchi e marci nascano un bel virgulto ed un fiore, così non sembrava possibile che la vergine Maria dovesse diventare madre di un tale fanciullo.

Ritengo, inoltre, che lei venga definita tronco e radice, non soltanto per il fatto di essere diventata madre restando vergine, nello stesso modo soprannaturale di un germoglio che nasca da un ceppo morto, ma anche perché la stirpe di Davide – che anticamente aveva goduto nel mondo di grande onore, potenza, ricchezza e felicità e al momento della nascita di Cristo, ormai caduta in miseria, veniva disprezzata come un tronco morto, soppiantata dai sacerdoti che regnavano godendo degli stessi onori – non appariva più in grado di generare un re glorioso. Ma proprio nel momento in cui questa misera condizione appariva più accentuata, da quel ceppo disprezzato nacque Cristo; da quell’umile e povera fanciulla nacque il germoglio e il fiore, da quella ragazza che le figlie degli eminenti Hanna e Caiafa non avrebbero ritenuta degna di essere la loro ultima serva. Perciò mentre le azioni e lo sguardo di Dio sono rivolti verso il basso, lo sguardo e le azioni degli uomini risultano esserlo soltanto verso l’alto.

Questo è il motivo del suo canto di lode. Ascoltiamolo ora parola per parola.

L’anima mia magnifica il Signore.

Le sue parole sono l’espressione di un grande amore e di una vivissima gioia, ciò spiega perché il suo animo e la sua vita si elevano nello spirito. Maria non dice: Io magnifico Dio, ma l’anima mia; come se volesse dire: tutta la mia vita e i miei sensi sono come sorretti dall’amore di Dio, dalla sua lode e dalla gioia che è in Lui, tanto che, non più padrona di me stessa, vengo elevata più di quanto io non mi elevi alla lode di Dio, come accade a tutti coloro che, pervasi da una dolcezza divina nello spirito, sentono più di quanto non riescano ad esprimere; lodare Dio con gioia non è, infatti, opera umana, ma è piuttosto un subire gioiosamente un’influenza che deriva solo da Lui, che non si può esprimere a parole, ma che si può percepire solamente con l’esperienza, come dice Davide nel Salmo XXXIII: “Gustate e vedete quant’è dolce il Signore Iddio; beato l’uomo che in lui confida”. Egli dice prima gustate e poi vedete, perché non Lo si può conoscere senza averlo prima personalmente sperimentato e sentito, cosa impossibile per chi non confida in Lui con tutto il cuore, quando si trova nei luoghi profondi dell’angustia. Perciò il Salmista aggiunge subito: “Beato l’uomo che confida in Dio”, poiché sperimenterà l’opera di Dio e sentirà quella dolcezza che pervade ogni intelletto e conoscenza.

Analizziamo il testo parola per parola. Innanzi tutto : “L’anima mia“. La Scrittura distingue nell’uomo tre parti. S. Paolo, infatti, in 1° Tessalonicesi, ultimo capo, dice: “L’Iddio della pace vi santifichi interamente, e tutto l’essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signor nostro Gesù Cristo”. Ciascuna di queste tre parti costituiscono nella sua totalità l’uomo, che viene anche diviso in due parti, cioè in carne e spirito, che non è una suddivisione naturale, ma qualitativa. L’essere umano è dotato, cioè, di spirito, anima e corpo che possono essere buoni o cattivi, ossia, spirito o carne. Ma per il momento questo non riguarda il nostro argomento.

La prima parte, lo spirito, costituisce ciò che di più alto e di più nobile c’è nell’uomo, che gli consente di percepire le cose incomprensibili, invisibili ed eterne. E’, in altre parole, la casa in cui dimora la fede e la parola di Dio; ecco perché Davide, nel Salmo L, dice: “Signore, crea nel mio intimo uno spirito giusto”, cioè fede forte e viva. Dice, invece, degli increduli, nel Salmo LXXVII: “Il loro cuore non era orientato verso Dio e il loro spirito non era fedele a Lui”.

La seconda parte, l’anima, è lo stesso spirito sotto il profilo naturale; ad essa compete il compito di vivificare il corpo per mezzo del quale agisce. Nella Scrittura l’anima viene spesso intesa come vita. Perciò, mentre lo spirito può vivere senza il corpo, il corpo non vive senza lo spirito, il quale, come è di comune esperienza, vive ed opera anche durante il sonno. L’anima non sa afferrare le cose incomprensibili, ma soltanto ciò che la ragione le consente di conoscere e di misurare. La ragione, quindi, che è la luce di questa casa, non opererà mai senza errore se non viene illuminata dallo spirito per mezzo della luce superiore della fede. Essa è troppo limitata per intendere le cose divine. A queste due parti dell’uomo la Scritturaattribuisce molte cose, come sapientia e scientia, la sapienza allo spirito, la conoscenza all’anima, cui si aggiungono anche l’odio, l’amore, il piacere, l’orrore e altre cose simili.

La terza parte è costituita dal corpo con le sue membra, che con le loro attività realizzano in concreto ciò che l’anima conosce e lo spirito crede. Nella Scrittura troviamo una similitudine di tutto questo. Mosè fece un tabernacolo con tre diversi edifici (Es. 26:33). Il primo si chiamava sanctum sanctorum, nel quale, in assoluta oscurità, abitava Dio, il secondo era il sanctum nel cui interno c’era un candelabro con sette bracci e sette lampade. Il terzo edificio, che si chiamava atrium, il cortile, stava sotto il cielo aperto, alla luce del sole. In quest’immagine è raffigurato il cristiano. Il suo spirito è il sanctum sanctorum, dimora di Dio nella fede oscura, senza luce, poiché crede ciò che non vede, non sente e non comprende. L’anima sua è il sanctum, ove ci sono le sette luci, cioè ogni specie d’intelligenza, ogni dono di discernimento, sapienza e conoscenza delle cose materiali visibili. Il suo corpo è l’atrium, la parte tangibile, che tutti possono vedere quando agisce ed opera.

Paolo prega il Dio della pace di volerci santificare non soltanto in una parte di noi, ma in tutto il nostro essere, nello spirito, nell’anima, nel corpo, affinché tutto sia santo. Non c’è molto da dire sulla ragione di una simile preghiera.

In altre parole: se lo spirito cessa di essere santo, nulla più è santo. La maggior lotta si sostiene per la santità dello spirito, la quale, essendo costituita dalla semplice e pura fede – in quanto lo spirito, come si è detto, non si occupa di questioni razionali – risulta esposta ai maggiori pericoli. Ecco, allora, si presentano dei falsi dottori che, per adescare lo spirito, propongono il compimento di opere quale mezzo per diventare pii. E se lo spirito non è protetto e non è savio, cade nell’inganno, si abbandona alle opere esteriori pensando di diventare in tal modo pio. In tal modo, però, ben presto la fede in Dio viene meno e lo spirito muore.

Allora sorgono sette e ordini religiosi, e l’uno è un certosino, l’altro un francescano scalzo, questo vuole salvarsi con il digiuno, quello con preghiere, uno con un’opera, un altro con un’altra. Eppure sono tutte opere e ordini che essi stessi si sono scelti, mai comandati da Dio, immaginati soltanto dagli uomini. Non abbracciando la fede, insegnano a fondarsi sulle opere, entrando in contrasto fra di loro, in quanto ognuno vuol essere il migliore e disprezza l’altro, come ora fanno i nostri osservanti che si vantano e si gonfiano.

Contro questi santi per le proprie opere e dottori ipocritamente pii, Paolo prega e dice che Dio è un Dio di pace e di concordia, che questi santi discordi e inquieti non riescono a conseguire, né a conservare, a meno che non abbandonino le loro pretese, e nello spirito, mediante la fede, riconoscano che le opere suscitano soltanto differenza, peccato e discordia, e che soltanto la fede ha la capacità di rendere pii, concordi e pacifici, come è detto nel Salmo LXVI: “Dio fa sì che noi dimoriamo concordi nella casa”, e nel Salmo CXXXII: “Quanto è buono e piacevole che fratelli dimorino insieme”.

Non si consegue la pace in nessun altro modo che insegnando che nessun’opera o pratica esteriore, ma soltanto la fede, cioè la fiducia nell’invisibile promessa grazia di Dio ci rende pii, giusti e beati; di questo ho trattato ampiamente nel sermone delle buone opere. Dove non c’è la fede bisogna che vi siano molte opere che poi creano dissensi e discordie, per cui Dio si ritrae. Perciò Paolo qui non si accontenta di dire : il vostro spirito, la vostra anima ecc., ma : “tutto il vostro spirito”. È questo che soprattutto importa. Egli usa in questo passo una bella parola greca: “tò olòcleron pneuma emòn“, cioè, il vostro spirito che possiede tutta l’eredità, come se volesse dire: Non lasciamoci indurre in errore da nessuna dottrina delle opere, soltanto lo spirito credente possiede ogni cosa. Tutto deriva soltanto dalla fede dello spirito e io prego che questo spirito che tutto riceve, Dio voglia difendervelo dalle false dottrine che per mezzo delle opere pretendono di creare la fiducia in Dio, ma ciò invano, in quanto sono fondate su un erroneo presupposto e non sulla sola fiducia nella grazia di Dio.

Se dunque questo spirito che ha tutti i doni di Dio viene conservato, anche l’anima e il corpo si conserveranno senza errore e non commetteranno cattive azioni. Se, invece, lo spirito è senza fede non è possibile che l’anima e il corpo non commettano ingiustizie ed errori, sebbene sia buona la loro intenzione.

Così a causa di questo errore e della buona ma mal diretta intenzione dell’anima, anche tutte le opere del corpo sono cattive e reprensibili, per quanto uno digiuni fino a morire e compia le opere di tutti i santi. Per non operare e vivere invano, dobbiamo, perciò, ricordarci sempre che Dio guarda innanzi tutto lo spirito e poi l’anima e il corpo, e che, quindi, diveniamo veramente santi, al riparo non soltanto dai peccati manifesti, ma anche e specialmente dalle false opere buone.

Per ora questo basti a spiegazione delle due parole, “anima” e “spirito“, che sono molto usate nella Scrittura. Poi viene la parola “magnificat“, che significa “renderlo grande“, “esaltarlo” e “tenerlo in grande considerazione“, poiché Egli può, sa e vuole fare molte cose grandi e belle . Ne consegue che in questo canto di lode la parola “magnificat“, come il titolo di un libro, indica l’argomento in esso trattato, accenna al motivo del canto di lode, cioè le grandi opere di Dio compiute per fortificare la nostra fede, per consolare tutti gli umili e spaventare tutti i potenti della terra. Dobbiamo, perciò, tener presente che il canto di lode è orientato a questa triplice finalità ed è di giovamento, poiché ella non lo ha cantato soltanto rivolta a se stessa, ma a tutti noi, affinché le facessimo coro.

Non è possibile, però, che uno si spaventi o si consoli per le grandi opere di Dio se soltanto crede che Dio può e sa fare grandi opere; è necessario che creda che Dio veramente vuole e ama fare così. Anzi non basta neppure che tu creda che egli voglia compiere grandi opere soltanto negli altri escludendo te dall’azione divina, come fanno coloro che non amano Dio quando si sentono forti, ma poi nelle prove affondano nella depressione.

Invero, una fede di quel tipo è vana e del tutto morta come un’illusione da favola; invece, senza incertezze né dubbi tu devi avere davanti agli occhi la sua volontà, nella ferma convinzione che egli vuole compiere grandi cose anche in te. Fede vivente è quella che penetra nell’uomo e lo trasforma interamente; è la fede che domina, che esige molta attenzione quando si occupa una posizione elevata, ma che consola quando ci si trova in misere condizioni. Quanto più occupi una posizione elevata, tanto più devi temere; e quanto più sei in basso ed oppresso, tanto più hai la possibilità di essere consolato, mentre ben diversi sono i caratteri di quella fede vana della quale abbiamo parlato. Cosa dire dell’angoscia della morte? Ti basta credere che Egli può, sa e vuole aiutarti nella realizzazione dell’opera grande e ineffabile della tua liberazione dalla morte eterna, che ti renderà eternamente beato ed erede di Dio. Questa fede può ogni cosa, come dice Cristo; ha esperienza delle opere, dell’amore e della lode divini e del canto, con essa l’uomo tiene in grande considerazione Dio e lo magnifica. Non lo rendiamo grande nella sua natura immutabile, ma nella nostra conoscenza e nel nostro sentire, quando, cioè, lo teniamo in grande considerazione e lo esaltiamo specialmente per la sua bontà e la sua grazia.

Ecco perché la santa Madre non dice “la mia voce” o “la mia bocca” , e neppure “la mia mano” o “i miei pensieri” o “la mia ragione” o “la mia volontà“, magnifica il Signore. Mentre molti lodano Dio a gran voce, predicano con belle parole, discorrono di lui, disputano, scrivono e dipingono e costruiscono teorie intorno a lui, cercando di raggiungerlo con la ragione e la speculazione ed esaltandolo con una falsa pietà, Maria dice: “L’anima mia magnifica“, cioè tutta la mia vita, il mio sentire, la mia forza lo ammirano, tanto che ella è rapita in lui e si sente esaltata nella sua volontà buona e piena di grazia, come mostra il versetto seguente. Noi ci rendiamo conto di questo quando manifestiamo nei Suoi confronti un’attenzione particolare, quando tutti commossi, diciamo di avere una grande stima di lui, quando, insomma, la nostra anima lo magnifica. E ancor più ci sentiamo vivamente toccati quando percepiamo l’immensa bontà di Dio che si rivela nelle sue opere, allora, tutta la nostra vita e la nostra anima si commuovono, tutto il nostro essere sente il desiderio di cantare e di lodare, nonostante l’inadeguatezza di tutte le nostre parole e dei nostri pensieri.

Ma vi sono due specie di spiriti ipocriti che non possono cantare bene il Magnifìcat. I primi sono quelli che non sanno lodare Iddio, se prima Egli non fa loro del bene, come dice Davide: “Essi ti lodano, quando tu fai loro del bene”.

Sembra che essi lodino molto Iddio, non essendo, però, disposti a sopportare l’oppressione e l’umiliazione, e quindi non potendo conoscere le vere opere di Dio, non possono nemmeno veramente amare e lodare Iddio.

Oggi, tutto il mondo è pieno di sacre funzioni, di lodi a Dio con canti, prediche, suoni e musiche; il Magnifìcat viene cantato in modo superbo, ma tuttavia, è triste che un canto tanto eletto debba rimanere senza forza, in quanto noi non lo intoniamo soltanto nelle occasioni felici, mentre se le cose ci vanno male il canto tace, Dio non viene più lodato, perché pensiamo che Egli non possa o non voglia operare nella nostra vita. Così anche il Magnifìcat rimane senza forza.

Peggiori sono gli altri che commettono l’errore contrario, che traendo vanto dai beni di Dio non li attribuiscono alla pura bontà divina, ma vogliono anch’essi averne un merito, essere onorati e stimati dagli altri uomini a causa di essi. Ricevono il gran bene che Dio ha compiuto e si attaccano ad esso ritenendolo di loro spettanza, mentre nei confronti di coloro che non lo possiedono manifestano superiorità, credendosi persone speciali. In verità, questo è un atteggiamento molto instabile e pericoloso. Quando si ricevono i beni di Dio pensando che ciò sia una cosa naturale, si diventa orgogliosi e soddisfatti di se stessi. Perciò qui bisogna ben sottolineare l’ultima parola, “Dio“. Maria, infatti, non dice: “L’anima mia magnifica se stessa“, oppure “ha grande stima di se stessa” – anzi non voleva per niente avere stima di sé -, ma essa magnifica soltanto Dio, al quale attribuisce ogni cosa, mentre si spoglia e riporta di nuovo a Dio tutto ciò che da lui aveva ricevuto.

Sebbene avesse accolto in sé quella grande opera di Dio, conservò il proposito di non elevarsi al di sopra del più piccolo uomo della terra, se, infatti, lo avesse fatto sarebbe precipitata con Lucifero nell’abisso dell’inferno. Questo era il suo modo di pensare. Se un’altra fanciulla avesse ricevuto tali beni da Dio, avrebbe voluto essere ugualmente lieta e gioire con lei come per se stessa; anzi, considerava se stessa indegna di tale onore e degni tutti gli altri, e sarebbe stata anche lieta se Dio le avesse tolto quei beni e in sua presenza li avesse concessi ad un’altra. Perciò, non si è inorgoglita per nulla di tutto ciò che ha ricevuto, ritenendolo effetto della libera bontà di Dio e reputandosi solo un ospizio e un’albergatrice volonterosa di tale ospite; ecco perché ha anche conservato quei doni per l’eternità.

Questo, dunque, significa magnificare solo Dio, stimare lui solo grande e non avere alcuna pretesa per noi. Risulta, così, chiaro a quale grande pericolo di caduta e di peccato essa abbia resistito, poiché costituisce un non piccolo miracolo il non essersi lasciata prendere dall’orgoglio e dalla presunzione nel ricevere questi beni. Non pensi che abbia un cuore meraviglioso? Come madre di Dio è elevata sopra tutti gli uomini, ciò nonostante, rimane così semplice e modesta da non avere sotto di sé nemmeno la più piccola ancella.

E noi, poveri noi uomini – che quando abbiamo qualche bene, potere o onore o se soltanto siamo un po’ più belli degli altri, le nostre pretese divengono smisurate e non possiamo stare a fianco di uno più piccolo di noi – che cosa faremmo mai se ricevessimo dei beni tanto grandi e sublimi? Perciò Dio ci lascia poveri e infelici, perché noi contaminiamo i suoi beni delicati, non sappiamo mantenere di noi l’opinione che avevamo prima, ma lasciamo che la nostra baldanza cresca o o diminuisca a seconda dei beni ricevuti o perduti. Ma questo cuore di Maria rimane saldo e uguale in ogni tempo, lascia che Dio operi in lei secondo la sua volontà, dalla sua azione non prende che una buona consolazione, gioia e fiducia in Dio. Così dovremmo fare anche noi; sarebbe il canto di un vero Magnificat.

E lo spirito mio gioisce in Dio, mio Salvatore.

Abbiamo detto che lo spirito afferra le cose incomprensibili mediante la fede. Perciò Maria chiama Dio suo Salvatore o sua beatitudine, per quanto non l’abbia né visto né percepito, ma, avendo ricevuto la fede per l’azione di Dio in lei, ha confidato pienamente che egli sarà il suo Salvatore e la sua beatitudine.

Invero, ella comincia ordinatamente a chiamare Dio suo Signore prima che suo Salvatore, e suo Salvatore prima di annoverare le sue opere. Ci insegna in tal modo che dobbiamo semplicemente amare e lodare Iddio come si conviene, senza cercare in lui il nostro interesse. Ma ama e loda Iddio semplicemente come si conviene, colui che lo ama soltanto perché è buono e considera soltanto la sua pura bontà, e in essa sola trova il suo piacere e la sua gioia. Questo è un elevato, puro, nobile modo di amare e di lodare che ben si addice ad uno spirito alto, nobile qual è questa vergine.

Coloro che amano con spirito impuro e pervertito, e come egoisti religiosi non cercano in Dio che il loro proprio interesse, non lodano ed amano unicamente la sua pura bontà, ma pensano a se stessi e considerano soltanto in che misura Dio sia buono verso di loro, cioè fino a che punto egli mostri loro sensibilmente la sua bontà e faccia loro del bene; e lo apprezzano, sono lieti, cantano a lui e lo lodano finché dura questa loro impressione.

Ma quando Dio si nasconde e ritrae lo splendore della sua bontà, sì che essi rimangono nudi e miseri, allora svaniscono anche il loro amore e la loro lode, e non sanno più amare e lodare la pura, impercettibile bontà nascosta in Dio, per cui dimostrano che non era il loro spirito che esultava in Dio Salvatore, non avevano vero amore e vera lode per la pura bontà, ma si rallegravano più della salvezza che del Salvatore, più dei doni che del Donatore, più della creatura che di Dio.

Infatti non sanno rimanere uguali nell’abbondanza e nella scarsità, nella ricchezza e nella povertà, come dice san Paolo: “Ho imparato ad essere nell’abbondanza e nella penuria“. Di costoro, il Salmo XLVIII, 27 dice: “Essi ti lodano finché fai loro del bene“, come se volesse dire: Essi considerano se stessi e non te; benché ricevano da te piaceri e beni, non s’interessano di te, come diceva anche Cristo in Giovanni VI, a coloro che lo cercavano: “In verità io vi dico che voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato e siete stati saziati“. Questi spiriti impuri e ipocriti contaminano ogni dono di Dio e gli impediscono di essere generoso con loro e di operare in loro la salvezza.

Vogliamo illustrare ciò con un bell’esempio. Una pia donna ebbe una volta la visione di tre vergini sedute presso un altare; durante la messa, un bel fanciullo correndo dall’altare venne alla prima vergine, si rivolse cortesemente a lei, l’abbracciò e le sorrise con amore. Poi si rivolse alla seconda, ma non si comportò verso di lei con altrettanta gentilezza; neppure l’abbracciò, tuttavia sollevò il suo velo e le sorrise gentilmente. Per la terza non ebbe nessun gesto di cortesia, la percosse in viso, le strappò i capelli e le diede degli spintoni, si comportò con lei molto sgarbatamente, poi ritornò di corsa all’altare e sparì.

La visione venne spiegata a quella donna così. La prima vergine rappresenta gli spiriti impuri, desiderosi di godimento, ai quali Dio deve fare molto bene compiendo la loro volontà più di quanto essi non facciano la sua, non vogliono privarsi di nulla, vogliono trovare sempre in Dio consolazione e gioia e non sono mai contenti della sua bontà. L’altra rappresenta gli spiriti che hanno cominciato a servire Dio e sopportano volentieri, ma non sempre, qualche privazione, che non sempre si comportano senza desiderio di godimento né senza egoismo. Egli deve qualche volta guardarli benevolmente e lasciar loro sentire la sua bontà, affinché imparino ad amare e lodare la sua pura bontà. Ma la terza, la povera cenerentola non conosce che privazione e avversità, non cerca interesse, è contenta che Dio sia buono, anche se non dovesse mai sperimentarlo (cosa questa impossibile!), rimane sempre la stessa in ambedue le circostanze, ama e loda la bontà di Dio, sia quando la sperimenta come quando non la sperimenta, non si attacca ai beni quando ci sono, non abbandona Dio quando essi vengono a mancare. Questa è la vera sposa che dice a Cristo: “Io non voglio i tuoi beni, ma voglio possedere te stesso, non mi sei più caro quando sto bene, né meno caro quando sto male”.

Questi spiriti adempiono ciò che sta scritto: “Non dovete allontanarvi dalla diritta via del Signore né a sinistra né a destra“, il che significa che devono amare e lodare Iddio nella verità e non già cercare se stessi e il proprio interesse. Da questo spirito era animato Davide, quando fu cacciato da Gerusalemme da suo figlio Absalom, allorché corse il rischio di non essere mai più re, di non conoscere più il favore di Dio e di essere perduto per l’eternità. Allora egli disse: “Se Dio mi vuole, mi ricondurrà; ma se egli dice di non volermi, sono ugualmente pronto”. Quale spirito puro è stato egli, che non ha tralasciato di amare, lodare e seguire la bontà di Dio neppure nella più profonda afflizione!

Uno spirito simile mostra qui la madre di Dio, Maria, perché in mezzo alla sovrabbondanza di beni non si attacca ad essi, non vi cerca il proprio interesse, ma conserva il suo spirito puro nell’amore e nella lode della sola bontà di Dio, pronta a sottomettersi se Dio volesse toglierle tutto ciò e lasciarle uno spirito povero, nudo, bisognoso.

Ora è tanto più difficile moderarsi nella ricchezza, nei grandi onori o nella potenza che nella povertà, nella ignominia e debolezza, perché ricchezza, onore e potenza esercitano una forte seduzione al male. Dunque tanto più qui va celebrato lo spirito di Maria meravigliosamente puro, che mentre le viene fatto un onore sì grande non si lascia indurre in tentazione, ma come se non vedesse rimane sulla giusta via, si afferra soltanto alla bontà divina, che ella non vede e non sente, lascia tutti i beni che sente, non fonda in essi la sua gioia, non cerca il suo interesse, per cui può veramente e a ragione cantate: “Lo spirito mio gioisce in Dio, mio Salvatore“. Si tratta veramente di uno spirito che esulta soltanto nella fede, non per i beni di Dio percepiti con i sensi, ma ella gioisce soltanto per Dio come suo Salvatore, che non percepisce con i sensi, ma conosce soltanto per fede. Questi sono gli spiriti giusti, umili, liberi, affamati, pii dei quali parleremo in seguito.

In base a tali considerazioni possiamo riconoscere e giudicare come il mondo sia oggi pieno di falsi predicatori e di falsi santi che al povero popolo parlano sempre delle buone opere. E sebbene siano pochi quelli che predicano come le opere buone si debbano compiere – i più predicano dottrine e opere umane, che essi stessi hanno inventate -, in verità i migliori tra loro sono purtroppo ancora tanto lontani dalla retta via, che spingono il popolo sempre a destra insegnandogli a compiere opere buone e a condurre una vita onesta non per puro amore della bontà di Dio, ma per proprio interesse. Infatti se non vi fosse né cielo né inferno, tanto da non potersi ripromettere nessun vantaggio dalla bontà di Dio, lascerebbero stare la sua bontà senza amore e senza lode. Non sono che sfruttatori e mercenari, servi e non figli, stranieri e non eredi; si fanno idoli di se stessi e Dio dovrebbe amarli e lodarli, rendere a loro ciò che essi dovrebbero rendere a lui; non hanno spirito; Dio non è il loro Salvatore, ma il loro Salvatore sono i beni con i quali Dio deve servirli come uno schiavo. Questi sono i figli d’Israele che nel deserto non si accontentavano del pane disceso dal cielo, ma volevano anche della carne, delle cipolle, dell’aglio.

Purtroppo ora tutto il mondo, tutti i monasteri, tutte le chiese sono pieni di simile gente che vive e agisce secondo questo spirito ipocrita, pervertito e ingannevole, esaltando a tal punto le buone opere da presumere di guadagnare con esse il cielo; mentre si dovrebbe predicare e riconoscere, innanzi tutto, la pura bontà di Dio e si dovrebbe sapere che siccome Iddio ci salva soltanto per la sua bontà senza alcun merito d’opere, anche noi dovremmo ricercare le opere senza attendere alcun premio né utilità, ma il puro amore della bontà di Dio, non desiderando che il suo compiacimento, senza preoccuparci del premio che verrà bene da sé senza che noi la cerchiamo. Infatti, se da un lato, non è possibile che quando operiamo bene con uno spirito puro e retto e senza aspirare ad una ricompensa e ad un utile non segua un premio, dall’altro, Dio non concederà mai un premio ad uno spirito impuro e bramoso di godimenti. Un figlio, quale erede, serve suo padre volenterosamente, soltanto perché ama suo padre; ma se un figlio serve il padre soltanto in vista dell’eredità e dei beni, evidentemente egli è un cattivo figlio degno di essere respinto dal padre.

Poiché Egli ha riguardato alla bassezza della sua ancella. Per cui tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Alcuni hanno reso qui la parola humilitas con “umiltà“, quasi che la vergine Maria avesse rivestita la sua umiltà e se ne fosse vantata; per questa ragione anche dei prelati si chiamano humiles, sebbene ciò non sia assolutamente vero.

E ciò perché davanti a Dio nessuno può vantarsi di una buona qualità senza che vi sia peccato e corruzione. Dinanzi a lui non ci si può vantare che della sua sola bontà e grazia verso di noi esseri indegni, in modo che noi vi sia orgoglio, ma soltanto l’amore e la lode di Dio, e in noi sia lo spirito della parola che Salomone insegna nei Proverbi, XXV: “Non ti vantare in presenza del re e non ti porre avanti ai grandi signori; è meglio che si dica: Siediti qui su, piuttosto che essere abbassato dinanzi al principe“. Come si può attribuire simile presunzione e orgoglio a questa vergine pura e onesta da far sì che si vanti dinanzi a Dio della propria umiltà, che è virtù suprema, tanto che nessuno si considera o si vanta di essere umile, se non chi sia smisuratamente orgoglioso? Dio solo conosce l’umiltà, egli solo la giudica e la manifesta, per cui l’uomo non sa mai tanto poco dell’umiltà come quando è veramente umile.

Nell’uso della Scrittura humiliare significa “abbassare” e “annientare”; perciò in vari passi della Scrittura i cristiani sono chiamati pauperes, afflicti, humiliati, gente povera, da nulla, disprezzata, come nel Salmo CXV: “Io ero quasi annientato“, o “abbassato“. Humilitas non significa dunque altro che una condizione spregevole; meschina, bassa è la condizione dei poveri, degli infermi, degli affamati, degli assetati, dei prigionieri, dei sofferenti e dei moribondi; come Giobbe nella tentazione in cui venne a trovarsi, come Davide quando fu cacciato dal regno, come Cristo e tutti i cristiani nelle loro afflizioni. Queste sono le profondità, a proposito delle quali sopra è detto che gli occhi di Dio vedono soltanto i luoghi profondi mentre gli occhi dell’uomo vedono soltanto le cose alte, cioè soltanto ciò che è onorato, appariscente e magnifico. Perciò, nella Scrittura, Gerusalemme è detta un luogo sotto lo sguardo di Dio, stando a significare che la cristianità giace nei luoghi profondi ed è misera al cospetto del mondo, e perciò Dio riguarda a lei ed ha costantemente il suo sguardo su lei, come è detto nel Salmo XXXI: “Io avrò costantemente gli occhi su te“. Anche san Paolo, in 1° Corinzi, 1, dice: “Dio sceglie le cose pazze del mondo per svergognare i savi secondo il mondo; e sceglie le cose deboli e insufficienti del mondo per svergognare le forti e potenti; egli sceglie ciò che è nulla secondo il mondo per ridurre al niente le cose che per il mondo sono qualcosa“; e così manifesta la pazzia del mondo con tutta la sua sapienza e potenza, e dona un’altra sapienza e potenza.

Siccome Egli suole considerare nei luoghi profondi quanto v’è di meschino, ho tradotto la parola humilitas con “bassezza” o “cosa meschina“, poiché questo è il pensiero di Maria: Dio ha riguardato a me ancella povera, disprezzata, meschina, mentre avrebbe ben trovato regine ricche, nobili, potenti, figlie di prìncipi e di grandi signori. Avrebbe potuto trovare la figlia di Hanna o di Caiafa che erano i principali nel paese, invece ha posato su me il suo sguardo di pura bontà e si è servito di una povera, disprezzata fanciulla, affinché nessuno nel suo cospetto si vantasse di essere stato o di essere degno di tale onore, e io pure devo confessare che sono stata scelta per un atto di pura grazia e bontà e non mai per mio merito o dignità.

Come già abbiamo avuto modo di dire precedentemente, la dolce vergine di umile condizione che è giunta a questo onore in modo del tutto inaspettato semplicemente perché Dio gli ha riservato tanta grazia, non si vanta della sua dignità né della sua indegnità, ma soltanto della considerazione divina piena di bontà e di grazia che ha voluto riguardare a sì piccola ancella e in modo tanto onorevole. Perciò le fanno torto quanti affermano che ella si sia vantata non della sua verginità, ma della sua umiltà. Ella non si è vantata né della sua verginità né della sua umiltà, ma soltanto dello sguardo divino pieno di grazia. Perciò l’accento non viene posto sulla parola humilitatem, ma sulla parola respexit. Infatti non va lodata la sua bassezza, ma lo sguardo di Dio; come quando un principe porge la mano ad un povero mendicante, non va lodata la bassezza del mendicante, ma la grazia e la bontà del principe.

Al fine di evitare simile erronea illusione e di riconoscere la vera umiltà accanto alla falsa, vogliamo soffermarci un po’ a parlare dell’umiltà; poiché molti sbagliano al riguardo.

Noi chiamiamo umiltà ciò che san Paolo intende in greco con tapinophrosyne, in latino affectus vilitatis seu sensus humilium rerum, cioè volontà e senso di cose misere, disprezzate. Ora vi sono molti a questo riguardo che portano acqua alla fonte. Alcuni si presentano con vesti, persone, atteggiamenti, discorsi e in ambienti miseri, e di queste cose si occupano pure nei loro pensieri, in quanto sperano, così facendo, di apparire umili agli occhi dei grandi, dei ricchi, dei dotti, dei santi e anche di Dio. Ora, se sapessero che tale atteggiamento non viene tenuto in nessuna considerazione, certamente, lo abbandonerebbero. Questa è una finta umiltà. Infatti il loro occhio astuto vede soltanto il premio e l’effetto dell’umiltà e non già la condizione misera senza ricompensa e senza effetto. Perciò, se manca l’attrazione della premio e dell’effetto, viene meno anche l’umiltà. Costoro non si possono chiamare affectos vilitate (di volontà e di animo inclini alla condizione misera), così appaiono col pensiero, la bocca, la mano, l’abito e l’atteggiamento, ma l’animo mira a cose alte e grandi e pensa di giungervi con quel suo fare umile; e costoro si stimano gente umile e santa. I veramente umili non mirano all’effetto dell’umiltà, ma con animo semplice si rivolgono alle cose di infima condizione, se ne occupano volentieri e non si accorgono mai di essere umili. Allora l’acqua sgorga dalla sorgente, ne consegue da sé che essi abbiano atteggiamenti, parole e vesti modeste, ed evitino, se possibile, le aspirazioni alte e grandi. A questo riguardo Davide dice nel Salmo CXXX: “Signore, il mio cuore non è gonfio di superbia, e i miei occhi non sono alteri…“; e Giobbe, XXII: “Chi si abbassa sarà onorato, e chi ha gli occhi a terra sarà salvato“. Perciò succede anche che costoro vengono sempre onorati nel modo più inaspettato, venendo innalzati senza che vi abbiano pensato. Con semplicità di cuore erano contenti nella loro bassa condizione e non avevano mai aspirato a salire in alto. Mentre i falsi umili si meravigliano quando il loro onore e la loro elevazione tardano ad arrivare, in quanto il loro orgoglio nascosto non si accontenta della bassa condizione, ma segretamente aspira a salire sempre più in alto.

Perciò, come ho detto, la vera umiltà non sa mai di essere umile; poiché se lo sapesse diverrebbe orgogliosa della stima della bella virtù; ma essa si attacca con il cuore, con la mente e con tutte le facoltà alle cose di bassa condizione che tiene sempre dinanzi a sé e sono l’oggetto delle sue occupazioni; e poiché le ha sempre dinanzi agli occhi, non può vedere sé stessa, né essere consapevole di sé e, tanto meno, orientare il pensiero alle cose elevate. Perciò inaspettatamente è onorata e innalzata, mentre i suoi pensieri sono del tutto lontani dall’onore e dall’elevazione. Dunque Luca, al capo 1, dice che il saluto angelico sembrò strano a Maria e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto che essa non si era mai aspettato. Se il saluto fosse stato rivolto alla figlia di Caiafa, essa non si sarebbe domandata che cosa volesse dire un tal saluto, ma l’avrebbe senz’altro accettato pensando: “Oh, è veramente buono e giustificato”. D’altra parte la falsa umiltà non sa mai d’essere orgoglio, perché se lo sapesse diverrebbe subito umile considerando l’orribile difetto; ma essa è attaccata col cuore, con la mente e ogni facoltà alle cose grandi, tanto che le tiene continuamente dinanzi agli occhi, si occupa sempre di esse, per cui non può vedere se stessa né prendere coscienza di sé.

Perciò l’onore non la può sorprendere né può essere per lei inaspettato, anzi nutre pensieri del genere; ma il disonore e l’umiliazione le giungono inaspettati, mentre essa nutriva ben altri pensieri. Perciò non ha senso che s’insegni l’umiltà tenendo presenti cose povere e disprezzate; d’altra parte nessuno diverrà orgoglioso perché gli si pongono dinanzi delle cose grandi. Non le immagini, ma il modo di considerarle dev’essere trasformato. Quaggiù noi dobbiamo vivere tra immagini superbe e umili, ma, come dice Cristo, l’occhio dev’essere cavato (Mt. 18:9). In Genesi, III, Mosè non dice che Adamo ed Eva dopo la caduta abbiano veduto cose diverse da quelle di prima, ma dice che i loro occhi furono aperti e si videro nudi; per quanto anche prima fossero stati nudi, ma non ne avevano avuto coscienza. La regina Ester portava una ricca corona sul suo capo, eppure diceva che agli occhi suoi essa era come un panno impuro (Ester, 3:11). Allora non furono tolte da lei le immagini superbe, anzi le furono poste dinanzi come ad una regina potente, e nessuna immagine umile le era presente; ma il modo di guardarle era umile, il cuore e l’animo non ricercavano cose grandi; perciò Dio fece miracoli per suo mezzo. Dunque non le cose, ma noi dobbiamo essere mutati nell’animo e nel modo di sentire, poi verrà da sé il disprezzo e l’abbandono delle cose superbe e la considerazione e la ricerca delle umili. Allora l’umiltà sarà ottimale e costante in ogni senso, pur non essendo mai consapevole di sé. Tutto si farà con gioia e il cuore rimarrà sempre uguale, comunque vadano le cose, in modo superbo o misero, in modo grande o modesto.

Si nasconde un grande orgoglio sotto le povere vesti, le parole e gli atteggiamenti di tanti che oggi riempiono il mondo e che disprezzano se stessi, ma non vogliono essere disprezzati da alcuno, fuggono l’onore, ma vogliono venire da esso ricercati, evitano le grandezze, ma pure vogliono che ci si curi di loro, li si lodi e non li si tenga in poca considerazione! Ma qui la vergine non mostra che la sua bassezza, nella quale volentieri è vissuta ed ha dimorato, senza mai pensare ad onori o grandezze, né accorgendosi mai neppure di essere umile. L’umiltà è cosa delicata e preziosa, tanto che non può sopportare neppure di dover considerare se stessa, ma la sua immagine è riservata soltanto allo sguardo divino, come dice il Salmo CXII: “Egli riguarda agli umili in cielo e sulla terra“. Infatti, chi potesse vedere la propria umiltà, potrebbe giudicare della propria salvezza e il giudizio di Dio sarebbe già fatto, poiché sappiamo con certezza che Dio salva gli umili. Perciò Dio deve riservare a se stesso il riconoscimento e la considerazione della nostra umiltà e occultarla al nostro sguardo, lasciandoci in modeste condizioni ed esercitandoci in esse, affinché dimentichiamo la considerazione di noi stessi. Per questo risultato servono molti dolori, la morte e ogni specie di guai sulla terra; in questo modo noi possiamo togliere l’occhio offuscato e sopportare molte fatiche e tribolazioni.

Ora comprendiamo chiaramente per mezzo di questa parola humilitas che la vergine Maria è stata una fanciulla disprezzata, povera, di umile condizione, che ha servito il Signore senza rendersi conto che la sua umile condizione era tenuta in tanta considerazione da Lui. In tal modo troviamo la nostra consolazione nel fatto che, per quanto abbassati e disprezzati, non ci scoraggiamo come se Dio fosse irato contro di noi, ma piuttosto speriamo nella sua grazia; temiamo soltanto di non vivere abbastanza volonterosamente e con gioia in questo abbassamento, temiamo che l’occhio ipocrita non sia troppo aperto e ci inganni cercando segretamente cose alte e il compiacimento di noi stessi, distruggendo in tal modo l’umiltà.

Che giova infatti ai dannati di essere scesi al livello più basso, se non vi si trovano con gioia e di propria volontà? E nuoce forse agli angeli la loro elevazione eccelsa, se non ne godono con spirito ipocrita? In poche parole, questo versetto ci insegna a conoscere Dio in modo giusto, mostrando come Dio riguardi agli umili e ai disprezzati. E chi sa che Dio volge lo sguardo agli umili, conosce bene Iddio, come si è detto di sopra, e da questa conoscenza deriva poi amore per Dio e fiducia in lui, tanto che l’uomo volenterosamente gli si abbandona e lo segue. Lo dice Geremia al capo IX: “Nessuno si glori della sua forza né della sua ricchezza né della sua sapienza, ma chi si vuole gloriare, si glori del fatto che mi conosce”; come insegna anche san Paolo in 2° Corinzi, X: Chi si gloria, si glori di Dio “.

Successivamente, la madre di Dio – dopo aver lodato con spirito semplice e puro il suo Dio e Salvatore senza diventare presuntuosa a causa dei suoi beni, ma cantando la bontà di colui come si conviene – passa, secondo un giusto ordine, a lodare le sue opere e i suoi beni. Poiché, come si è detto, non ci si deve attaccare ai beni di Dio né li si devono pretendere per sé, ma per mezzo di essi si deve risalire a lui, rimanere uniti a lui, apprezzando soltanto e molto la sua bontà per celebrarlo in seguito anche nelle opere, nelle quali ci ha insegnato ad amare tale bontà, a confidare in essa e a celebrarla, in modo che le opere non siano altro che un ulteriore motivo per amare e celebrare la sua pura bontà che ci governa. Ella però parte dalla considerazione della propria persona e canta ciò che Egli ha fatto per lei. Così ci insegna due cose. La prima è che ognuno deve tener conto di ciò che Dio opera in lui prima che a tutte le opere che compie negli altri. Infatti, non avrai salvezza alcuna per ciò che egli compie negli altri e non in te. Così nell’ultimo capitolo di Giovanni, quando Pietro disse di Giovanni: “E lui che farà?“, Gesù gli rispose e disse: “Che t’importa! Tu, seguimi!“. Come se volesse dire: le opere di Giovanni non ti gioveranno; tu stesso devi operare e attendere ciò ch’io farò con te. Oggi impera nel mondo un tremendo abuso nella distribuzione e nella vendita delle buone opere, tanto che alcuni spiriti presuntuosi vogliono aiutare altre persone, specialmente quelle che vivono o muoiono senza proprie opere pie, pretendendo di poterlo fare avendone loro a sufficienza, mentre san Paolo parla chiaramente in 1° Corinzi, III: “Ciascuno riceverà la mercede secondo il proprio lavoro“, e quindi non secondo il lavoro di un altro. Sarebbe tollerabile se pregassero per gli altri o presentassero a Dio le loro opere come un’intercessione. Ma poiché le considerano un dono, il loro proposito è vergognoso. E il peggio è che essi concedono le loro opere a persone delle quali non sanno in che rapporto stanno con Dio; perché Dio non riguarda alle opere, ma al cuore e alla fede, per mezzo della quale egli opera pure in noi; di ciò essi non tengono alcun conto, ma soltanto delle opere esteriori, ingannando in tal modo se stessi e gli altri; e ciò fino al punto di convincere la gente a rivestire tonache monacali sul punto di morte, dando ad intendere che chi muore in simile veste santa consegue l’indulgenza da tutti i peccati e si salva; cominciano a salvare la gente non soltanto con opere altrui, ma anche con vesti d’altri. Io penso che se non si fa attenzione, lo spirito maligno li spingerà tanto oltre da pretendere di condurre la gente in cielo mediante cibo, abitazione e sepoltura monacale.

Che Dio ci aiuti! Per me è tenebra palpabile il far credere che la tonaca di un monaco ci possa fare pii e salvi. A che serve allora la fede? Diventiamo tutti monaci o moriamo tutti in tonaca! Così il panno dovrebbe essere usato a fabbricare soltanto tonache monacali. Guardati dai lupi in queste vesti da pecora, ti sbranano e ti trascinano via. Considera, dunque, come fa la vergine Maria, che Dio opera anche nei tuoi confronti e che, di conseguenza, devi fondare la tua salvezza soltanto sulle opere che Dio compie in te e non su quelle che compie negli altri. Ma se tu vuoi essere aiutato dalla intercessione di altri, va bene, noi tutti dobbiamo pregare e operare l’un per l’altro, ma nessuno deve confidare in opere d’altri senza che Dio agisca in lui; anzi, ognuno deve porre la massima attenzione alle opere sue e di Dio, e non ad altro, come se ci fosse soltanto lui e Dio in cielo e sulla terra e Dio non avesse da operare con altri che con lui; soltanto in seguito potrà considerare anche le opere degli altri. Qui Maria ci dà un altro insegnamento. Ognuno deve essere il primo a voler lodare Iddio e a mettere in evidenza le opere che egli ha compiute in lui e poi deve lodare Dio anche nelle opere che ha compiute in altri. Così leggiamo che Paolo e Barnaba annunziarono agli apostoli le opere che Dio aveva fatte per mezzo di loro e gli apostoli, a loro volta, quelle che avevano fatte loro.

Secondo l’ultimo capitolo di Luca, essi fecero lo stesso dopo la resurrezione di Cristo riguardo alla sua apparizione. In quel momento si manifestò una comune gioia e lode a Dio, perché ognuno celebrava la grazia ricevuta dall’altro, ma innanzi tutto quella che egli stesso aveva conosciuta, anche se minore, perché essi non desideravano essere i primi nei beni, ma nella lode e nell’amore di Dio. Essi erano soddisfatti di Dio e della sua bontà, anche se il dono era piccolo, in quanto il loro cuore era semplice. Ma gli interessati ed egoisti guardano di traverso, quando si accorgono di non essere i più privilegiati nei beni, mormorano invece di lodare quando vengono considerati uguali o inferiori ad altri; come nel Vangelo di Matteo al capo XX quelli che mormoravano contro il padrone di casa, non perché egli avesse fatto loro un torto, ma perché li aveva trattati alla stregua di altri nella mercede.

Così oggi ci sono molti che non lodano la bontà di Dio, perché considerano di non di avere ricevuto quanto ha ricevuto san Pietro o un altro santo o come questo o quel mortale; pensano che se anche essi avessero tanto, lo loderebbero e amerebbero; ritengono poca cosa l’essere ricoperti di quei doni di Dio dei quali non tengono conto, come il corpo, la vita, la ragione, le sostanze, gli onori, gli amici, il calore e la luce del sole e tutte le altre creature. Costoro, anche se avessero tutti i beni di Maria, non riconoscerebbero in essi Dio e non lo loderebbero; come Cristo dice in Luca, XVI: “Chi è fedele nelle piccole cose, lo è anche nelle grandi, e chi è infedele nel poco, lo è anche nel molto“. Non meritano il molto e il grande, perché disprezzano il piccolo e il poco. Ma se lodassero Iddio nelle piccole cose, verrebbero loro date le cose grandi in sovrabbondanza. Ciò deriva dal fatto che guardano al di sopra di se stessi e non al di sotto; se guardassero sotto di sé, troverebbero molti che forse non hanno neppure la metà dei loro beni eppure sono contenti di Dio e lo lodano. Un uccello canta ed è lieto per quello che può, e non si lamenta perché non può parlare. Un cane salta lieto ed è contento, per quanto non abbia una ragione.

Tutti gli animali si accontentano di ciò che possiedono e servono Dio con amore e lode; soltanto l’occhio astuto ed egoista dell’uomo è insaziabile e per di più mal destro, tanto che vorrebbe saziarsi attraverso la sua stessa ingratitudine e il suo orgoglio, vorrebbe stare sopra tutti ed essere il migliore, non onorare Dio, ma essere da lui onorato.

Così leggiamo che al tempo del concilio di Costanza, due cardinali, cavalcando attraverso i campi, videro un pastore che se ne stava piangendo; e un cardinale, uomo di cuore, non volle cavalcare oltre, ma consolare l’uomo, e si avvicinò a lui per sapere che avesse. Il pastore piangeva forte senza dirne il motivo, tanto che il cardinale si afflisse; infine il pastore si mosse e mostrò un rospo e disse: “Piango perché, benché Dio mi abbia fatto di me una creatura perfetta, non deforme come il verme, io non l’ho mai riconosciuto, ringraziato e lodato”. Il cardinale fu colpito da queste parole e ne rimase talmente spaventato che cadde dal mulo e lo si dovette ricoverare, e gridò: “Oh, sant’Agostino, come hai parlato giustamente dicendo che gli ignoranti si elevano verso il cielo al nostro posto, mentre noi con la nostra sapienza camminiamo secondo la carne”. Penso che il pastore non fosse ricco, bello e potente, eppure, ciò nonostante, ha avuto la capacità di discernere nella profondità del suo essere i beni di Dio più numerosi di quanto potesse contarne, ringraziandolo per essi.

Maria confessa che la prima opera di Dio in lei è lo sguardo divino che si è posato su lei, ed è anche l’opera maggiore, dalla quale tutte le altre dipendono e dalla quale tutte scaturiscono. Infatti, ogni qual volta Dio rivolge il suo sguardo verso qualcuno, da Lui discende la grazia e la salvezza, da cui si originano tutti i doni e tutte le opere. Così leggiamo in Genesi IV, che Egli considerò Abele e la sua offerta, ma non altrettanto fece con Caino. Ecco perché nel Salterio ricorre spesso la preghiera che Dio volga verso di noi il suo volto, che non lo nasconda, che lo faccia risplendere su di noi e altre simili espressioni. La stessa Maria stessa dimostra di ritenere che sia questo il dono più grande, quando dice: “Ecco, per questo sguardo tutte le generazioni mi chiameranno beata“.

Si badi alle parole: essa non dice che si parlerà molto bene di lei, che si celebrerà la sua virtù, si esalterà la sua verginità o umiltà, o che si canterà un inno all’opera sua, ma si dirà soltanto che Dio ha riguardato a lei, per cui essa è beata. Ciò significa onorare Dio con tanta purezza, che non sarebbe possibile di più. Per questa ragione essa accenna allo sguardo e dice: “Ecce enim, ex hoc“. ” Ecco, d’ora innanzi mi chiameranno beata… “, cioè da questo momento in cui Dio ha riguardato alla mia bassezza, io vengo chiamata beata.

Non viene lodata lei, ma la grazia di Dio scesa sulla sua persona; anzi viene disprezzata e disprezza se stessa, dicendo che la sua bassezza è stata riguardata da Dio. Perciò celebra anche la sua beatitudine prima di narrare le opere che Dio le ha fatto e tutto attribuisce allo sguardo divino posatosi sulla sua bassezza.

In tal modo possiamo imparare quale sia il vero onore che le si deve tributare e mediante il quale la si deve servire. Con quali parole ci si potrà rivolgere a lei? Le sue stesse parole ci inducono a dire: O beata Vergine e Madre di Dio, nonostante tu fossi misera e disprezzata, Dio ha rivolto il suo sguardo su di te e con la ricchezza della sua grazia ha operato in te grandi cose; tu non eri degna di alcuna di esse, tuttavia la grazia di Dio è stata ricca e sovrabbondante superando ogni tuo merito . Oh salve! Da ora in eterno beata sei tu che hai conosciuto un tale Dio! Non devi pensare che le dispiaccia quando la si chiama indegna di tale grazia, poiché senza dubbio essa non ha mentito confessando la propria indegnità e bassezza; Dio ha rivolto il suo sguardo su di lei, non perché lei ne avesse merito, ma per pura grazia. I vani ciarlatani non tengono conto delle sue parole, ma per mezzo della loro capacità oratoria o letteraria, predicano e scrivono molto del suo merito, non rendendosi conto che così facendo alterano il senso del Magnificat, rendono bugiardala Madredi Dio e diminuiscono la grandezza della grazia di Dio.

Invero, quanto più è il merito che le si attribuisce, tanto più si sottrae alla grazia divina e si riduce la verità del Magnificat.

Anche l’angelo la saluta soltanto con l’annunzio della grazia di Dio, aggiungendo che il Signore era con lei, sì che avrebbe dovuto essere benedetta fra tutte le donne. Perciò tutti coloro che tanto la lodano e l’onorano, non sono molto lontani dal farne un idolo; come se si trattasse di onorarla e di aspettarsi da lei del bene, mentre essa vuol distogliere l’attenzione dalla sua persona, affinché in lei Dio sia lodato e per lei ognuno giunga a confidare nella grazia di Dio.

Per questa ragione, chi vuole onorarla non la deve porre soltanto dinanzi a sé, ma dinanzi a Dio e molto sotto Dio e spogliarla d’ogni gloria e considerare (come si è detto) la sua bassezza; e in conseguenza si stupisca della sovrabbondante grazia di Dio che con tanta benignità si rivolge ad una creatura così piccola e meschina, abbracciandola e e benedicendola; in tal modo, spinto ad amare Dio e a lodarlo per tali grazie, sei portato ad attendere ogni bene da Lui – che con tanta benignità rivolge il suo sguardo verso gli uomini piccoli, disprezzati e meschini – tanto che il tuo cuore ne risulta fortificato nella fede, nella carità e nella speranza in Dio. Non pensi forse che sia più facile incontrarla quando vieni a Dio per mezzo di lei e quando impari da lei a confidare e a sperare in Lui, anche se vieni disprezzato e annientato in vita o in morte? Essa non vuole che tu venga a lei, ma per mezzo di lei tu vada a Dio. D’altra parte è bene che tu impari a temere quegli atteggiamento di particolare contemplazione della sua persona, adottati da tanti uomini, considerando che Dio stesso non fu attirato, né considerò l’aspetto esteriore di sua madre. Quando gli artisti dipingono e rappresentano la beata vergine in modo che in lei non si possa scorgere nulla di disdicevole, ma soltanto grandi e splendide qualità, essi non fanno altro che rappresentarela Madredi Dio, senza porla dinanzi a Dio, rendendoci in tal modo timorosi e scoraggiati e nascondendoci la consolante immagine della Grazia, come si fa con i quadri durantela Quaresima. Inquesto modo, venendo elevata ad di sopra di tutto, ci troviamo privati di un esempio in grado di consolarci. Lei dovrebbe e vorrebbe, invece, rappresentare il più illustre esempio della grazia di Dio, capace di spingerci tutti verso la fede, l’amore e la lode, a tal punto che tutti i cuori per mezzo di lei possano giungere a tale pensiero di Dio da poter dire con piena fiducia: Oh, Vergine beata e Madre di Dio, quale grande consolazione Dio ci ha mostrato in te, per aver con tanta grazia rivolto il suo sguardo alla tua indegnità e umiltà, ricordandoci in tal modo che, d’ora innanzi, così come ha fatto con te, non disprezzerà più, ma guarderà benignamente noi uomini, poveri e meschini.

Non è forse vero che – così come Davide, san Pietro, san Paolo, santa Maria Maddalena e altri che, per mezzo della grande grazia loro indegnamente concessa a consolazione di tutti gli uomini, costituiscono dei punti di riferimento per fortificare la fede e la fiducia in Dio – anche la beata Madre di Dio rappresenta un uguale esempio per tutti? Certo, lei non può essere tale per i superflui esaltatori ed inutili parlatori che non mostrano come in lei, in base a questo versetto, si sono incontrate la sua povertà profonda e la sovrabbondante ricchezza di Dio, la gloria divina e la sua bassezza, la divina dignità e la sua spregevolezza, la divina grandezza e la sua piccolezza, la divina bontà e il suo demerito, la grazia divina e la sua indegnità. Questo impedisce il sorgere della fede, del desiderio di Dio e del suo amore, per il cui rafforzamento vengono, invece, descritte la vita e le opere di lei e di tutti i santi. Nonostante ciò, sono molti quelli che cercano in lei, come se fosse Dio, aiuto e consolazione, tanto che temo che oggi vi sia nel mondo più idolatria di quanta ve ne sia mai stata. Su questo punto per il momento non vi è altro da aggiungere.

L’espressione latina omnes generationes l’ho tradotta in tedesco “i posteri“, sebbene significhi “tutte le generazioni“. Ma questa espressione è tanto oscura che alcuni si sono affaticati per vedere come sia possibile che tutte le generazioni la chiamino beata mentre giudei, pagani e molti cattivi cristiani la bestemmiano o comunque non vogliono saperne di chiamarla beata. Si imbattono in queste difficoltà per il fatto che per “generazione” intendono la totalità degli uomini; mentre qui il termine indica piuttosto la successione per nascita naturale, del padre, del figlio, del nipote e così via. Ogni successione costituisce una generazione.La Vergine Maria, perciò, non intende altro se non che la sua lode durerà da una generazione all’altra, di modo tale che non vi sarà epoca in cui non sarà celebrata. Ed essa accenna a questo fatto dicendo: “Ecco, d’ora innanzi tutte le generazioni”, cioè la lode ha inizio ora e si ripeterà per tutte le generazioni.

Anche la parola makariusi ha un significato più ampio che “chiamare beato” , e vuol dire “beatifìcare” o “rendere beato“, non soltanto con discorsi o parole, o con genuflessioni, inchini, riverenze, col dipingere immagini, costruire chiese, cose queste che sanno fare anche i malvagi, ma con tutte le forze e con profonda sincerità. Ciò avviene, come si è detto sopra, quando il cuore, consapevole della sua bassezza e della grazia di Dio, giunge per mezzo di lei a gioire in Dio e dice o pensa con tutto il cuore: “O beata Vergine Maria!”.

E questo modo di chiamarla beata rappresenta per lei, come si è detto, un vero onore.

Poiché il Potente mi ha fatto grandi cose, e santo è il Suo Nome…

Qui essa canta tutte insieme le opere che Dio ha fatto per lei, rispettando un preciso ordine. Nel versetto precedente ha cantato lo sguardo divino e la volontà misericordiosa verso di lei, come la cosa più grande, come la maggiore di tutte le grazie. Qui canta l’opera e i doni. Dio ricolma di sublimi doni moltissimi, così come ha fatto con Lucifero in cielo, elargisce i suoi doni agli uomini, ma non per questo posa su loro il suo sguardo. I beni sono soltanto doni che durano per un tempo, ma la grazia e lo sguardo divino sono l’eredità che permane in eterno, come dice san Paolo in 1°Romani, VI: “La grazia è la vita eterna”. Nei beni egli dà il suo, nello sguardo e nella grazia dà se stesso; nei beni si riceve la sua mano, ma nello sguardo di grazia si riceve il suo cuore, il suo spirito, il suo animo e la sua volontà. Perciò la beata Vergine dà la prima e massima considerazione allo sguardo; non dice “tutte le generazioni mi diranno beata, perché egli mi ha concesso cose tanto grandi”, ma, piuttosto, “Egli ha rivolto il suo sguardo alla mia nullità e alla mia bassezza”. Dove c’è una volontà misericordiosa vi sono anche dei doni, mentre, all’inverso, non esiste una volontà misericordiosa dove ci sono dei doni. Perciò a ragione questo versetto segue il precedente. Così leggiamo in Genesi, XXV, che Abramo diede dei doni ai figli delle sue concubine, mentre ad Isacco, suo figlio legittimo della sua legittima moglie Sara, egli diede tutta l’eredità. Perciò, Dio vuole che i suoi veri figli non si consolino con i suoi beni e i suoi doni, per quanto possano essere grandi, spirituali o materiali, ma che si consolino della sua grazia e di lui stesso, pur senza disprezzare i suoi doni.

Essa non elenca i doni ricevuti specificandoli, ma con una parola li comprende tutti in una volta e dice: “Egli mi ha fatto cose grandi”, cioè tutto è grande quello che ha fatto per me. Così ci insegna che quanto più la meditazione è spirituale, tanto meno è fatta di molte parole. Si rende conto di non poter assolutamente esprimere ciò che prova con parole, per quanto vi pensi e lo desideri fortemente. Ed ecco perché queste poche parole dello Spirito sono in ogni tempo tanto grandi e profonde che nessuno le può comprendere, se almeno già in parte non le senta lo Spirito. Queste parole appaiono del tutto insignificanti e senza valore a coloro che non hanno lo Spirito e agiscono usando molte parole e grandi schiamazzi. Lo stesso Cristo ci insegna in Matteo VI che non dobbiamo usare molte parole quando preghiamo, in quanto fanno così coloro che non avendo fede, pensano di essere esauditi per le loro molte parole.

Oggi ancora in tutte le chiese si fa un gran rumore con musiche, canti, grida e letture, ma io temo che ben poco si lodi Dio, il quale vuole essere celebrato in spirito e verità, come dice Giovanni, IV. Nei Proverbi di Salomone, al capitolo XXVII, è detto: “Chi di buon mattino loda il suo prossimo ad alta voce, sarà considerato come se lo maledicesse”; infatti rende il suo fare sospetto, come se volesse abbellire una cattiva azione, e con il suo zelo rende la cosa soltanto peggiore. Viceversa, chi di buon mattino (cioè senza pigrizia, ma con molta diligenza) insulta ad alta voce il suo prossimo, va considerato come uno che lo lodi, perché si pensa che non sia vero ciò che dice e che così parli per odio e malevolenza, peggiora così la sua situazione mentre rende migliore quella del prossimo.

Se dunque si pensa di lodare Dio con molte parole, grida e suoni, si agisce come se Egli fosse sordo o non sapesse nulla, come se noi volessimo svegliarlo e informarlo. Una simile opinione di Dio va più a detrimento e disonore che a sua lode. Ma chi medita sulle azioni divine con tutto il cuore e le considera con ammirazione e gratitudine, traboccante d’amore, egli sospira più che parlare, e le parole scorrono (senza essere studiate, né pesate), cosicché lo spirito stesso si manifesta e le parole hanno vita, mani e piedi, anzi è come se tutto il corpo e tutta la vita e tutte le membra volessero parlare: ciò significa lodare Dio veramente in spirito e verità, perché le parole sono puro fuoco, luce e vita, come dice Davide nel Salmo CXVIII: “Signore, le tue parole sono tutte infocate”. E ancora: “Le mie labbra esprimeranno la tua lode”, come dell’acqua bollente trabocca e spuma, e per il gran calore non si può più trattenere nella pentola. Così sono tutte le parole della beata Vergine in questo canto: poche, ma profonde e grandi. Simili persone sono chiamate da san Paolo, in Romani XII, spiritu ferventes, spiritualmente bollenti e spumanti, e ci insegna ad essere così.

Le grandi cose non sono altro che questo, che essa è diventata Madre di Dio; in tale opera le sono dati tanti e sì grandi beni che nessuno li può comprendere. Poiché da ciò le viene ogni onore, ogni beatitudine, e in ogni generazione umana la sua singolare posizione sopra tutti, poiché nessuno come lei ha avuto dal Padre Celeste un bambino e un simile bambino. Ed essa stessa non gli può dare un nome per l’immensa grandezza e non può fare altro che traboccare d’amore, poiché sono cose grandi che non si possono esprimere ne misurare. Perciò con una parola, chiamandola Madre di Dio, si è compreso tutto il suo onore; nessuno può di lei o a lei dire cosa più grande, anche se avesse tante lingue quante sono le foglie e l’erba, le stelle in cielo e la sabbia del mare. Anche il cuore deve riflettere che cosa significhi essere Madre di Dio.

Essa parla anche di una libera grazia di Dio, non secondo il suo proprio merito. Infatti anche se fosse stata senza peccati, questa grazia è tanto eccellente che in nessun modo ne sarebbe stata degna. Come potrebbe una creatura essere degna di diventare Madre di Dio? Certo è vero che certi scrittori affermano sconsideratamente che essa fosse degna di tale maternità. Ma io credo più a lei che a loro. Dice che è stata considerata la sua bassezza, e che Dio non ha ricompensato il suo merito, ma: “Egli mi ha fatto grandi cose”; per proprio impulso le ha fatte, senza il mio servizio. Infatti, durante la sua vita non ha mai pensato, e tanto meno si è preparata a diventarela Madredi Dio. Questo messaggio le giunse del tutto inaspettato, come scrive Luca. Chi sa di meritare non è impreparato a ricevere il suo premio, ma vi ha ben pensato e ha operato per ottenerlo.

Che poi si canti nel Regina coeli laetare: ” Tu hai meritato di portarlo”, e in un altro punto: “Del quale tu sei stata degna di portarlo…”, non dimostra nulla. Infatti si cantano le stesse parole anche a proposito della sacra croce che pure era un pezzo di legno e non poteva avere meritato nulla. Si deve dunque anche comprendere che se doveva essere una madre di Dio, era certo necessario che fosse una donna modello, una vergine della tribù di Giuda, che credesse al messaggio degli angeli, affinché fosse atta a tale missione, come di lei ha dettola Scrittura. Come il legno non ha avuto altro merito né dignità se non di essere adatto alla croce e destinato ad essa da Dio, così anche Maria non era degna di questa maternità se non perché adatta e preordinata da Dio a tale scopo; era pura grazia e non mercede, affinché troppo attribuendo a Maria, non si diminuisse la grazia, la lode e la gloria di Dio. È meglio togliere troppo a lei che alla grazia di Dio. Anzi non le si può togliere troppo, poiché è stata creata dal nulla come tutte le creature; mentre alla grazia di Dio si è presto tolto troppo; ciò è pericoloso e non giova a Maria.

È necessario anche un pò di moderazione, affinché non si esalti troppo il suo nome, sì da chiamarla regina del cielo, sebbene lo sia, ma certo non è un idolo che possa concedere grazie o aiutare, come pensano certuni che invocano lei più che Dio e la tengono per loro rifugio. Essa non dà nulla, ma soltanto Dio, come diremo.

“Il Potente”. Con questo nome essa toglie ogni potenza e forza a tutte le creature per attribuirla a Dio solo. Oh questa piccola fanciulla compie un atto di grande coraggio e un gran furto, potendo con una parola rendere tutti i potenti, infermi, tutti i prodi, deboli, tutti i savi, stolti, confondere tutte le persone di fama e attribuire a Dio solo ogni potere, ogni azione, sapienza e gloria. Infatti la parola “il Potente”, significa che non v’è alcuno che operi qualche cosa, ma, come dice san Paolo in Efesini I: “Dio solo opera tutte le cose in tutti, e le opere di tutte le creature sono opere di Dio”; come anche diciamo nel Credo: “Io credo, in Dio Padre Onnipotente”. Egli è onnipotente, poiché nulla se non la sua potenza opera in tutti e per mezzo di tutti e sopra tutti. Così canta anche Anna, la madre di Samuele, in 1°Re, II: “Nessuno può fare da sé nulla”; e san Paolo, in 2°Corinti, III: “Non siamo capaci di pensare alcun che, come venendo da noi; ma la nostra capacità viene da Dio”. Questa parola autorevole, annulla ogni orgoglio, presunzione, protervia, vanto, falsa fiducia ed esalta Dio solo; insegnando che Dio solo deve essere esaltato, in quanto egli solo opera ogni cosa. È facile a dirsi questo, ma difficile a credere ed a tradurre in pratica di vita. A tale regola si conformano le persone pacifiche, pazienti, semplici e senza presunzione di sé che pensano che tutto ciò che hanno non viene da loro, ma da Dio.

Questo dunque è il pensiero della santa Madre di Dio in queste parole: in tutte queste cose e in questi grandi beni non v’è nulla di mio, ma tutto è di Colui che tutte queste cose compie e agisce con la sua potenza in tutti; egli ha fatto per me queste grandi cose. Infatti, la parola “potente” non sta qui a significare una potenza inerte, come si suole dire di un re terreno che è potente, anche quando se ne sta seduto e non fa nulla, ma è una potenza operante e in continua attività, poiché Dio non si ferma, ma opera incessantemente, così come dice Cristo in Giovanni, V: “Il Padre mio opera sino ad ora e io pure opero”. Così pure dice san Paolo, in Efesini, III: “Egli può fare al di là di quello che gli domandiamo”: cioè in ogni tempo egli fa di più di quel che gli domandiamo. Questa è la sua natura, così agisce la sua potenza. Perciò ho detto che Maria non vuole essere un idolo; essa non fa nulla, Dio fa ogni cosa. La si deve invocare, affinché per mezzo della volontà di lei Dio dia e faccia ciò che chiediamo; così vanno invocati anche tutti gli altri santi lasciando che l’opera sia tutta di Dio solo.

Perciò essa aggiunge: “E santo è il suo nome”; cioè io non mi attribuisco l’opera e così neppure mi attribuisco la fama e l’onore di essa. Poiché l’onore e la fama è soltanto di chi compie l’opera. Non è bene che uno compia l’opera e che un altro ne abbia la fama e l’onore. Io sono l’officina in cui egli opera, ma non ho fatto nulla per l’opera, perciò nessuno mi deve lodare od onorare perché sono divenutala Madredi Dio; ma in me si deve lodare e onorare soltanto Dio e l’opera sua. Basta che ci si rallegri di me e mi si dica beata, perché Dio mi ha adoperata per compiere in me queste sue opere.

Si consideri con quanta sincerità ella riferisca tutte le cose a Dio, come non abbia nessuna pretesa di meriti, di onore, di gloria, ma agisca proprio come quando non aveva nulla di tutto ciò. Non ricerca onori più di quanto facesse prima, non s’inorgoglisce, non s’innalza, non proclama ad alta voce che è divenuta Madre di Dio, non pretende onore alcuno, se ne va e lavora in casa come prima, munge la mucca, cucina, lava i piatti, spazza, fa tutto ciò che deve fare una ragazza o una madre, i lavori modesti e umili, come se quei beni sovrabbondanti e quelle grazie non la riguardassero. Tra le altre donne e vicine essa non è considerata nulla di più di prima, né lo ha desiderato, è rimasta una cittadina povera tra i poveri. Oh, quant’è semplice e puro il suo cuore! Che creatura meravigliosa!

Grandi cose sono nascoste sotto così semplici apparenze! Quanti l’hanno toccata, con lei hanno parlato, mangiato e bevuto, forse l’hanno disprezzata e considerata una comune cittadina, povera e semplice, mentre si sarebbero fortemente stupiti se avessero saputo di lei tali cose. Ecco, quindi, quel che significa “Santo è il suo nome”. “Santo” significa appartato, attribuito a Dio, che nessuno deve toccare e macchiare, ma piuttosto tenere in onore. “Nome” significa una buona rinomanza, fama, lode ed onore. Così ognuno deve astenersi dal proferire il nome di Dio, non lo deve profanare, non deve appropriarsene. In Esodo, XXX, questa realtà veniva rappresentata dal profumo prezioso e santo fatto da Mosè per ordine di Dio e dal severo divieto fattone ad ogni uomo di ungersi il corpo con quel profumo, non dovendo nessuno attribuirsi il nome di Dio, poiché profanare il nome di Dio significa gloriarsi o lasciarsi onorare o essere soddisfatti di noi stessi e vantarci delle nostre opere o dei nostri beni, come fa il mondo che incessantemente profana il nome di Dio. Ma come le opere appartengono a Dio solo, anche il nome deve rimanere a lui solo; e tutti coloro che in tal modo santificano il suo nome privandosi della gloria e del vanto, lo onorano in verità. Perciò essi vengono anche santificati. Come è scritto in Esodo XXX, il profumo prezioso era tanto santo che santificava tutto ciò che toccava. Ciò significa che se il nome di Dio viene da noi santificato non attribuendoci né opera, né gloria e né soddisfazione alcuna, tanto da onorarlo in verità, esso ci tocca e ci santifica. Dobbiamo stare attenti a questo proposito, in quanto sulla terra non possiamo vivere senza i beni di Dio e quindi senza il suo nome e la sua gloria.

Se dunque qualcuno ci loda e ci glorifica, dobbiamo comprendere l’esempio che qui ci dàla Madredi Dio ed essere pronti a rispondere con questo versetto e a fare buon uso della gloria e della lode e dire apertamente o almeno pensare nel cuore: O Signore Iddio, è tua l’opera che viene lodata ed esaltata, sia anche tua la gloria; non io, o Signore, tutto ciò è opera tua, tu che tutte le cose fai con onnipotenza, e santo è il tuo nome. Dunque non si deve negare il valore della lode e della gloria né le si devono disprezzare come un’ingiustizia o una vanità, ma considerandole cosa troppo nobile e preziosa non ce le dobbiamo attribuire, riferendole invece a Colui che è in cielo. Di ciò ci rende edotti questo nobile versetto.

Così si è risposto a chi chiede se si debba mai onorare il prossimo. Ebbene, san Paolo dice che quanto all’onore dobbiamo prevenirci gli uni gli altri (Romani, XII); però nessuno deve accettare l’onore che gli è fatto né deve tenerlo per se, ma lo deve santificare e attribuire a Dio, cui appartiene, con ogni bene ed ogni opera dai quali l’onore deriva. Nessuno deve condurre una vita disonorevole. A tal fine è necessario che ci sia l’onore. Dal momento che la vita onorevole è dono e opera di Dio, solo il suo nome si dovrà considerare santo e non contaminandolo con il compiacimento di noi stessi. Questo significa la preghiera del Padre Nostro: “Sia santificato il tuo nome”.

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