Perché ho scelto di essere protestante (e valdese)

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Pubbicato su Riforma • numero 32 • 30 agosto 2013

di Daniele Rampazzo

Vengo dalla Chiesa cattolica, come il 97% degli italiani. Ma voglio adesso far parte dell’1,5%. Perché? Quando, a quindici anni, lessi di Calvino sul mio libro di Storia delle scuole superiori, mi misi a riflettere e a credere in un cristianesimo «alternativo» rispetto a una tradizione più simile a una routine quotidiana; a un modo di vivere la religione come «bisogna andare a messa la domenica perché si fa così»; all’obbedienza assoluta a chi ha imposto per decreto la sua infallibilità; a chi invece di denunciare i pedofili li sposta semplicemente da un posto all’altro; a chi non ammette alla comunione i divorziati e poi la dà tranquillamente ai dittatori sudamericani. Cercavo una Chiesa libera, senza dogmi, senza l’imposizione di una lettura  calata dall’alto, più aderente alla Scrittura, respingendo tutto quello che con la Scrittura non ha nulla a che fare (culto delle reliquie, dei santi, della Madonna). Che proponga una lettura storicocritica che tenga conto della realtà storica del tempo in cui è stato scritto il testo biblico e che quindi lasci liberi in merito alla sfera personale (omosessualità, disposizioni sul fine vita, eutanasia, testamento biologico) e che permetta di accedere a Dio direttamente, senza intermediari.

Una Chiesa semplice: niente quadri, niente immagini, fedele quindi al primo comandamento. E che mi parli di un Dio che non mi chieda di giustificarmi ma che mi giustifica egli stesso senza bisogno di compiere opere per perdonarmi perché lo ha già fatto prima. Insomma, una Chiesa che faccia della libertà individuale un valore fondamentale. E ritengo di averla trovata nella Chiesa evangelica valdese.

Ma perché proprio Valdese? Si fa un gran parlare in questi giorni di San Francesco e di povertà. Ma c’era un’altra persona che, nata cinquant’anni prima di Francesco e morta vent’anni prima di lui, faceva il mercante di stoffe. Anch’egli era ricchissimo e aveva venduto tutti i suoi beni ai poveri senza tenersi nulla ed era andato in giro a predicare la povertà mendicando sotto gli occhi inorriditi dei suoi concittadini. Solo a che a lui e ai suoi seguaci andò male: scomunicato e dichiarato eretico, mentre Francesco divenne poi santo anche se i suoi seguaci dovettero  poi cambiare rotta rispetto alle idee più radicali del loro fondatore.

Una Chiesa, quella valdese, da sempre perseguitata ma sempre presente: mi spezzo ma non mi piego. E poi perché i valdesi sono calvinisti. La mia scoperta della Riforma è coincisa con quella di Calvino e delle sue idee. Ci sono diverse chiese che si richiamano a Calvino anche in Italia. Ma quella valdese ne dà, a mio avviso, un’interpretazione non fondamentalista ma più veritiera. Questa è la mia Chiesa. Quella di una minoranza che non ha alcuna velleità di diventare maggioranza, che non suona i campanelli delle case la domenica mattina, che non importuna la gente per strada, che non vende corsi di «realizzazione personale» che non gode di esenzioni, di privilegi e di benefici statali, ma che nonostante abbia un deficit di 500.000 euro ha ancora la forza di non destinare i soldi dell’8 per mille alle spese di culto e, rispettando il comandamento evangelico della carità, li usa per progetti sociali di assistenza ai più bisognosi. Una Chiesa che non sostiene di avere la verità in mano, ma che crede di essere, come diceva l’apostolo Paolo «un membro di quel corpo unico che si chiama Cristo».

* Estratto dalla mia lettera letta pubblicamente durante il mio culto di ammissione domenica 19 maggio 2013, Pentecoste, nella Chiesa evangelica metodista di Padova.

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