La forza di Dio nella debolezza umana

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Paolo si gloria proprio della debolezza, poiché sa che dove c’è il dolore vi sarà la forza di Cristo. E dal momento che la sua persona è permeata dalla forza di Cristo, allora nella sua debolezza egli è forte

Marcello Salvaggio

Testo biblico

30Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù, che è benedetto in eterno, sa che io non mento. (…) 1Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare. 5Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. 7E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; 9ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

(2 Corinzi 11, 30-31; 12, 1-10)

Care sorelle e cari fratelli in Cristo, la settimana del 17 febbraio è ormai lontana. Eppure non manca per noi l’occasione di ripercorrere la nostra lunga storia quando incontriamo dei visitatori che entrano nei nostri templi o quando cerchiamo degli stimoli per i nostri progetti futuri. Riconosciamo di essere una piccola chiesa che non è mai riuscita a diventare grande numericamente se non nella prospettiva dell’ecumene protestante; ma appunto una chiesa che è sopravvissuta per più di otto secoli nonostante le difficoltà e il rischio di scomparire del tutto.

Rileggendo questa pagina della 2 Corinzi, ci sembra che il versetto 9 stia parlando di noi

Rileggendo questa pagina della 2 Corinzi, ci sembra che il versetto 9 stia parlando di noi: «La mia grazia ti basta, infatti la (mia) potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Ma in che modo lo fa? In che modo parla di noi e in fondo di tutti i credenti? Sarebbe troppo facile pensare che la Chiesa valdese sia la debole e povera chiesa di cui Dio si è servito per manifestare la sua potenza; mentre la Chiesa cattolica e in generale il cattolicesimo nel corso della storia siano stati la sede di Satana che si è opposta alla crescita della Chiesa di Cristo. Se facessimo così cadremmo nell’apologetica pura, cioè in quel tentativo di dimostrare la verità della propria dottrina, in pratica in ciò che l’apostolo Paolo chiama vanto. «Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona». Certe volte ci capita di rileggere la nostra storia come un’epopea gloriosa, di vantarci per quello che eravamo, come se Valdese equivalesse a una qualità superiore, attribuendo più a noi che all’azione del Dio vivente l’esito sorprendente di questa lunga storia. E così può accadere che ancora oggi ci sovrastimiamo in quanto Valdesi e riteniamo di essere i primi della classe, di saper fare meglio le cose, di saper prendere le giuste decisioni in campo teologico o etico, di saper usare meglio l’otto per mille! In questo caso rileggere le pagine della 2 Corinzi ci aiuta. Paolo ha elencato dei motivi di vanto, per non essere da meno dei suoi rivali che erano orgogliosi della loro capacità ed efficienza e disprezzavano la modestia della sua figura e del suo lavoro apostolico. Però, nell’adeguarsi ai metodi dei suoi rivali, Paolo ha sempre detto che comportarsi così (cioè vantarsi) era una follia, e ha minimizzato o messo in ridicolo fatti e qualità a cui faceva riferimento. Per fortuna c’è il nostro pessimismo antropologico, la nostra spina nel fianco, che interviene a bilanciare la tentazione del vanto. Sappiamo, infatti, quanto poco volentieri riconosciamo le cose positive della nostra chiesa e quanto molto più sovente sottolineiamo quelle negative: stiamo diminuendo, i giovani non vengono più in chiesa, alla corale siamo solo anziani, le contribuzioni calano di anno in anno, e via dicendo. Un atteggiamento che alla lunga rischia di impoverire la comunità di entusiasmo, di idee, di passione e in ultimo di fede. Non siamo gente che ama vantarsi a tal punto che, negli scorsi, anni qualcuno ci ha spronati a riscoprire l’«orgoglio valdese». Nell’oscillare di queste due opposte tendenze, l’autogloriarsi e l’estrema umiliazione, risuona la parola di oggi: «La mia grazia ti basta, infatti la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza».

«Grazia» spesso indica il favore con cui Dio ci guarda e ci perdona anche se non lo meritiamo

«Grazia» spesso indica il favore con cui Dio ci guarda e ci perdona anche se non lo meritiamo. Collegato come qui alla potenza, il termine è usato per indicare la forza che Dio dona, per mezzo della quale i cristiani possono vivere come cristiani. Questa forza può funzionare solo dove c’è la debolezza e dove quella debolezza è pienamente riconosciuta. Riconoscere la nostra debolezza, significa in primo luogo riconoscere i nostri limiti, ma non in maniera mortificante quanto in maniera edificante. Poiché è un atto di onestà nei confronti della storia e nei confronti della fede contro eventuali tendenze vanagloriose. Ed è anche l’occasione per sapere quali sono le nostre reali possibilità. In secondo luogo, riconoscere la propria debolezza significa comprendere che questa non esprime una separazione da Dio e dalla sua grazia, non costituisce quindi un motivo di disperazione, bensì diviene il «luogo» dove si rivela la grazia. Paolo si gloria proprio della debolezza, poiché sa che dove c’è il dolore vi sarà la forza di Cristo. E dal momento che la sua persona è permeata dalla forza di Cristo, allora nella sua debolezza egli è forte.

Nel capitolo 11 della Seconda Corinzi Paolo elenca tutte le sofferenze e le difficoltà che contrassegnano la sua debolezza,

Nel capitolo 11 della Seconda Corinzi Paolo elenca tutte le sofferenze e le difficoltà che contrassegnano la sua debolezza, non svalutandole o attenuandole rispetto alla loro reale capacità distruttiva. Tuttavia egli non dà un’interpretazione morale-pedagogica o teologica, come se esse rendessero migliori o addirittura conducessero alla salvezza; tantomeno si accenna a un qualche valore ascetico, come via preferenziale per raggiungere Dio. Le sofferenze non vengono glorificate in quanto tali; al contrario, sono definite opera di potenze demoniache. Tuttavia, al di sopra delle potestà demoniache, appare vittoriosa la forza di Cristo che trionfa nella debolezza del suo servo e rende colui che soffre strumento e testimone della grazia, che è allo stesso tempo la potenza vitale di Dio. Sarebbe meglio non soffrire, ma seppur dobbiamo viverla, sappiamo che la sofferenza è momentanea e rivelatrice di qualcos’altro. Nella debolezza, quindi, spettro della sofferenza, della sconfitta, della morte che incombe su di noi, si scorgono già la potenza efficace di Cristo, la sua risurrezione, la sua vittoria sul male e sulla morte. Ci possiamo gloriare nella debolezza perché sappiamo già che Cristo vince la debolezza. In questo senso possiamo comprendere le beatitudini riecheggiate da Paolo (v. 10): essere poveri, afflitti, affamati, perseguitati non è di per sé bello; ma è motivo di beatitudine nella prospettiva del regno di Dio, poiché ai poveri, agli afflitti, agli affamati e ai perseguitati è rivolta la promessa di vittoria, di giustizia, di consolazione e di pace. Così anche capiamo la scelta dei primi valdesi che attualizzarono le beatitudini nella loro vita concreta.

Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio

Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio, nella provvisorietà e inadeguatezza delle nostre parole e delle nostre azioni. Paolo vuole dirci che l’efficacia della Parola è paradossalmente ancora più forte nella nostra debolezza, se solo sappiamo riconoscerla. Così la forza dei nostri culti, dei nostri catechismi, delle nostre riunioni quartierali, delle nostre corali, della nostra diaconia, della nostra evangelizzazione, non sta principalmente nella partecipazione delle persone o nella capacità persuasiva dei nostri metodi. La nostra forza è unicamente l’Evangelo che riusciamo ad annunciare in qualsiasi contesto ci troviamo, anche se siamo un piccolo gruppo o stiamo vivendo un momento di crisi della vita spirituale. Questa forza non va sprecata perché è la potenza di Dio, ma va ricercata e sostenuta nella preghiera. Nostro compito, nostra vocazione è dunque unicamente di metterci al servizio di Cristo e dell’Evangelo, come Paolo ci insegna. Amen.

(Ultima di una serie di quattro meditazioni)

(25 marzo 2014)

Preghiera

Nel tuo servizio fà che camminiamo

Te celebriamo, o Padre, con fervore, cantiamo a te con cuor riconoscente ed esaltiamo il braccio tuo potente. Lode al Signore!

Sii nostra guida, vigile e sicura, nel tuo sentiero, nostro Buon Pastore, che di noi tutti sempre avesti cura. Lode al Signore!

Nel tuo servizio fà che camminiamo: sia al tuo volere sottomesso il cuore; nel tuo timore fà che noi viviamo. Lode al Signore!

Nell’insanabil nostra debolezza la tua potenza compi tu, Signore, finché il tuo regno venga con pienezza. Lode al Signore!

(Innario cristiano n. 168)

Bibliografia

• Introduzione al Nuovo Testamento, a cura di Daniel Marguerat,

• Heinz Dietrich Wend­land, Le lettere ai Corinti, Paideia, 1976

• Ernest Best, II Corinzi, Claudiana, 2009

• Bruno Corsani, La seconda lettera ai Corinzi, Claudiana, 2000

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