Romani 14:10-13

Romani 14:10-13 (//I Cor. 8:7-13 e 10:14-33)

“Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti, infatti, ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.
  Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.
  Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello”.

Nel Cap.14, Paolo considera il caso di alcuni cristiani deboli nella fede (v.1); ossia che ancora non hanno tratto tutte le conseguenze dalla loro conversione al vangelo. Benché abbiano abbracciato la fede, essi si credono sempre vincolati dalle prescrizioni alimentari del giudaismo.

Nella medesima comunità sono presenti coloro che possiamo definire forti nella fede , che godono del “bene della fede” (v.16), ossia della convinzione –sostenuta da Paolo- che nulla è immondo in se stesso perché in Cristo, Dio ha reso pura ogni cosa (v.14). Con Gesù, infatti, ogni cosa è reclamata da Dio come propria e messa in relazione alla sua propria volontà e potere di trasformazione nel bene. Chi ha questa consapevolezza può godere della libertà cristiana di mangiare ogni cosa, senza attribuire al cibo un valore sacro relativo alla “salvezza”; solo la fede in Gesù ora conta come purezza del cuore indiviso che appartiene a Dio.

Questa libertà che i forti ricevono da Dio, viene però interpretata tendenziosamente da coloro la cui coscienza non è ancora libera rispetto alla coscienza religiosa ebraica circa i cibi.

Per questo nella comunità può verificarsi una frattura della comunione. Se i forti, infatti, sono tentati di disprezzare i loro fratelli meno illuminati e di farsi beffe dei loro scrupoli, i deboli da parte loro, sono portati a condannare coloro che essi credono approfittare della fede per svincolarsi da ogni disciplina morale.

Agli uni e agli altri Paolo ricorda che hanno avuto accesso alla giustificazione per mezzo della sola grazia di Dio, e che uno stesso amore deve ispirare il loro comportamento, “ perché Dio li ha accolti ” (v.3).

Questa affermazione orienta l'argomentazione di Paolo nel cap.14.

Se siamo stati “ accolti ” da Dio, ciò che ora conta è che appunto egli ci tiene presso di sé, così come siamo, con le nostre differenze che non riguardano l'essenza dell'evangelo.

D'altra parte, per chi ha ricevuto vita per un atto di grazia, la misericordia non può non essere il sentimento che orienta il pensiero e l'agire.

Per questo, Paolo chiarisce che abbiamo un unico “debito” verso il nostro prossimo; quello dell'amore vicendevole, che adempie la legge (13,8-10). Paolo argomenta questa idea centrale per gradi.

Paolo chiede da una parte che ciascuno agisca in conformità alle sue convinzioni personali (VV.5-6), e d'altra parte che forti e deboli evitino di giudicarsi vicendevolmente.

Ciascuno agisca in piena coscienza, cercando di approfondire quanto meglio il senso delle sue convinzioni personali. Egli, infatti, deve rendere conto a Dio cui appartiene come servo, e non deve essere giudicato dal proprio fratello. Il forte e il debole sono ambedue servi del Signore (vv.7-9) al quale è riservato il giudizio. “… chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore ” (vv.6-8).

Si mangia, come ci si astiene dai cibi; si vive, come si muore soltanto per il Signore . E ciascuno renderà conto di se stesso a Dio (v.12), davanti al suo tribunale.

A questo punto dell'argomentazione, sembra che tutta la questione ruoti intorno alla relazione singolo-Dio. Si vive e si agisce solo per il Signore; per rispondere di sé davanti al suo tribunale. Non ci sono terzi in questo rapporto.

Ma può essere questo il messaggio dell'Evangelo? Non si vive e muore anche per gli altri nello spirito di Cristo? Se Gesù ci ha “accolti” donandosi a noi come amore e misericordia di Dio, non dovremmo anche noi essere accoglienti e riflettere lo stesso amore?

Per questo il nostro brano compie un'ulteriore passo in avanti decisivo: “ Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello ” (v.13).

L'amore per il fratello e la sorella, che come noi sono stati ‘accolti” da Dio, deve farci vivere ed agire anche nel loro interesse e per il loro bene.

Come abbiamo già detto, Paolo parla di un unico “debito” che abbiamo gli uni verso gli altri: “ …se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge ”. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore ” (13,8-10).

Al cuore del comandamento di Dio c'è l'amore per persona umana concreta , non un principio –anche giusto- che deve essere fatto valere. Quest'amore adempie la legge nel comandamento: “Portate i pesi gli uni degli altri” (Gal. 6,2).

Il comandamento rivoltomi dall'etica cristiana vuole far crescere, pacificare, rendere gioiosa l'esistenza. Con esso Dio ci ama, e ci chiede di ubbidire per il nostro bene, in modo che il suo amore penetri nella nostra esistenza come amore per se stessi e per gli altri.

La nostra ubbidienza al comandamento di Dio, e simile al grido di quell'uomo che disse a Gesù:”Io credo, sovvieni tu alla mia incredulità”. Noi ubbidiamo al comandamento di Dio in maniera sempre incoerente e parziale. Siamo sempre nella condizione di dover dire: “ Io ubbidisco, ma sovvieni tu alla mia incapacità di fare la tua volontà ”.

Il comandamento di Dio ci indica la direzione del bene, ma in esso non c'è la forza dell'obbedienza. Al massimo, il comandamento ci dà la consapevolezza della nostra incapacità, ma solo la bontà di Dio ci offre le forze per obbedirgli, strada facendo, mentre cerchiamo di aprirci alla sua promessa. Il comandamento è simile ad un pneumatico forato nel bel mezzo dell'autostrada, che ci lascia in panne.

Se Dio ad esempio ci chiede di non rubare, questa richiesta racchiude prima di tutto la promessa: “Io ti dono la possibilità di non rubare, perché la mia vita ti sta ricreando come nuova creatura”.

Se dimentichiamo questo, se non teniamo bene a mente che in ogni comandamento si nasconde l'amore col quale Dio ci unisce a lui ed insieme tra noi, rischiamo di trasformare l'evangelo in una nuova legge, più rigorosa, ma di lottare senza Dio per l'applicazione di un principio di morte. Per questo, ogni volta che facciamo o diciamo anche le cose migliori, ma senza l'amore, queste sono morte e non valgono nulla, perché non vengono da Lui (Inno all'amore).

Se ho compreso per davvero il senso del comandamento cristiano, allora so bene cosa significa cercare l'ubbidienza. Significa impegnarsi con tutte le forze, ma vivere soprattutto nel perdono di Dio, attendendo che la sua grazia trasformi gradualmente la vita, creando in noi l'uomo e la donna nuovi. E' un cammino di “contraddizione”; nel senso che in esso ognuno si scopre prima di tutto “ giusto e peccatore ” nelle mani di Dio.

Quando noi vogliamo realizzare la nostra giustizia nell'ubbidienza ad un comandamento, la grazia di Dio ci rimanda a Cristo che ci dice che siamo peccatori, prigionieri nel peccato e bisognosi di aiuto; quando ci confessiamo tali, la grazia di Dio ci annuncia che siamo da Dio considerati giusti nel suo amore.

Per chi vive in questa dialettica della fede, la propria coerenza, la propria sincerità non la si può giudicare fino in fondo, perché si impara a riconoscere che soltanto Dio può leggere nella profondità oscura del cuore. La nostra propria coerenza e sincerità, si fermano e sono racchiuse nel grido: Io voglio seguirti fedelmente, sovvieni tu alla mia disubbidienza, perché mi affido a te pienamente; io sono tuo, questa è la mia identità.

Ditemi un poco: chi vive autenticamente il comandamento di Dio in questo modo; chi sa di essere “accolto”, come può giudicare il proprio prossimo? E' proprio vero che chi si lascia andare al giudizio, forse ancora non ha scoperto cosa significa vivere nell'ubbidienza del comandamento di Dio.

Giudicare non significa certo esprimere delle considerazioni, più o meno obiettive, ma sostituirsi al giudizio di Dio, decretando la condanna della persona, facendo ‘terra bruciata' intorno a lei.

Gesù ci comanda di accogliere sempre chi ci chiede perdono, e noi pensiamo che invece sia più giusto essere implacabili nel nostro rifiuto; Gesù ci dice che c'è sempre speranza per il cambiamento anche delle persone peggiori (e che questo riguarda da vicino anche noi come peccatori), e noi invece pensiamo che essere ‘accoglienti' come vuole Gesù, significhi perdono sprecato.

Il comandamento di non giudicare, che il nostro brano ci rivolge, ci dice invece che quando considero l'obbedienza del il mio prossimo con gli occhi di Dio, allora non può non esserci lo stesso amore per la persona concreta con le sue difficoltà, i suoi limiti, le sue ambiguità, le necessità che Dio stesso ama in me, in quanto ci ha insieme “accolti”.

Quando viviamo autenticamente il comandamento di Dio, e la ricerca della sua volontà non è ubbidienza a delle regole, si produce in noi uno spostamento dei termini di riferimento dell'ubbidienza.

L'ubbidienza cristiana non si riferisce immediatamente a Dio, ma ai nostri simili. Se l'ubbidienza è comunione con l'amore di Dio, allora nessuno può più pensare di dire che vuole ubbidire solo al Signore, dimenticando i propri fratelli e sorelle.

L'apostolo Giovanni, nelle sue epistole ci mette in guardia: “Come potete dire di amare Dio che non vedete, mentre odiate il fratello che vedete? Come potete dire di ubbidire a Dio per amore, se non servite nel medesimo amore il fratello che Dio ama? Ogni volta che diciamo di voler essere fedeli alla volontà di Dio, senza amare il fratello e la sorella, non siamo più nella fedeltà, ma stiamo servendo forse un'idea di bene, la nostra rigidità morale che coltiviamo rimanendo fedeli a delle regole di condotta religiosa, che ci fanno condannare il nostro simile.

Ma obbedire al comandamento di Dio infatti significa prima di ogni cosa praticare l'obbedienza del servizio nella carità, non giudicando, ma accogliendo le debolezze del proprio fratello, perché come Dio vuole, egli possa continuare a vivere; perché non rimanga schiacciato dal peso della colpa, ma venga risollevato dal perdono, in modo da poter continuare il proprio cammino sulla strada della vita.

Questo vuole farci comprendere la famosa frase di Gesù: “ Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ” (Lc. 6,36-38).

Dio offre a chi pecca, sempre una possibilità nel perdono generosamente concesso da chi è misericordioso e non giudica il fratello che gli ha fatto del male, sostituendosi così al giudizio di Dio. Chi pratica questa generosità, si apre al senso della giustizia di Dio, perdona infinitamente, porta il peso dell'altro e gli dona una nuova dignità, perché crede che Dio può compiere cose impossibili e cambiare la condizione di chi è schiavo dell'errore. Chi agisce in questo modo, porta i persi dell'altro; costui sarà abbondantissimamente ricompensato da Dio per la propria generosità che lo rende simile a lui.

Non giudicare dunque, ma portare i pesi gli uni degli altri; in questo modo si adempie la legge. In questo senso, non si commette adulterio, non si ruba, non si desidera, per ‘ubbidire' al bene dei nostri simili; perché Dio stesso vuole che così lo si onori, non provocando a caduta la debolezza del fratello.

Rubare, commettere adulterio ecc. Sono evidentemente cose che per noi non vanno fatte, e siamo d'accordo. Ma più difficile è dire perché non vanno fatte. Certamente mi direte, perché Dio non vuole. E siamo d'accordo; ma perché Dio non vuole? Perché queste cose sono cattive mi direte. E allora io vi chiedo: per quale motivo sono cattive?

La risposta la troviamo nel nostro brano, quando consideriamo cosa dice Paolo a proposito della condotta dei forti .

Essi agiscono –dice Paolo- in maniera non cattiva; mangiano liberamente ogni cibo sapendo che nessuna cosa è impura. Ma ciò nonostante, benchè essi non facciano nulla di male, Paolo dice: “ Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità ” (v.15).

Il loro agire “buono”, diventa cattivo” se non è guidato dalla carità; ossia dall'interesse per il bene ed il progresso del prossimo.

Rubare, commettere adulterio, desiderare ciò che non è nostro, mette in pericolo la sicurezza e la pace della vita del prossimo; per questo è cattivo anche agli occhi di Dio.

Vorrei farvi notare a tal proposito, che quella che chiamiamo etica cristiana, che troviamo nella Bibbia, altro non è che l'insieme delle regole del mondo-ambiente nel quale le comunità cristiane dei tempi biblici trovarono diffuse, come espressione in genere di un'ideale filosofico-religioso pagano. Paolo ad esempio è imbevuto di motivi ed idee dell'etica stoica; gli elenchi biblici dei diritti e dei doveri che troviamo nelle sue lettere, ricalcano le indicazioni dell'elevato senso comune della morale greco-romana.

Ma allora, in cosa risiede la particolarità ‘cristiana' delle indicazioni di comportamento che troviamo nella Bibbia?

Come già abbiamo accennato, soltanto nella straordinaria particolarità della vita nuova resa presente per noi nella resurrezione di Cristo.

La Bibbia non solo ti chiede ad es. di non uccidere, ma ancora approfondisce questa legge dicendoti che si può uccidere con una parola. La Bibbia non solo ti dice che non devi commettere adulterio, ma che si può peccare anche con una sguardo. Quello che è straordinario nel comandamento ‘cristiano' è che Dio ti dica, che egli conosce la tua impossibilità ad ubbidire; egli stesso ti donerà la possibilità di essere un'altro uomo, un'altra donna che non peccano più.

La volontà di Dio che chiede ubbidienza, diventa una promessa di fedeltà che chiede impegno; quello di cercare l'ubbidienza e di accettare umilmente la propria debolezza e quella degli altri, senza giudicare, perché Dio l'ha accolta con amore.

Per questo un comportamento cristiano, prima ancora che essere qualcosa che giudichiamo “bene” o “male”, è un “ essere per l'altro ”.

Se ascoltiamo questa parola di grazia che il Signore oggi ci rivolge, sorelle e fratelli, l'ubbidienza che ognuno deve a Dio, non può portarci assolutamente a giudicare e condannare la vita degli altri che disubbidiscono, ma invece ad agire con carità come Cristo ha agito.

Il nostro vivere e morire sia per il bene del fratello e della sorella, cercando di non essere causa di inciampo o di scandalo per l'altro.

Chi di noi ritiene di essere forte nella fede, è chiamato a servire con umiltà chi non possiede chiarezza e coerenza dell'agire.

Sorelle e fratelli, siamo chiamati a non giudicare, e non possiamo più dare maggior valore allo ‘sgarbo' del nostro simile, di quanto valore diamo a Dio che ci accoglie insieme come peccatori perdonati.

Non è dunque ammissibile che tra noi vi siano separazioni che durano una vita; odi che separano fratelli, sorelle, famiglie intere.

Dio ci accoglie oggi insieme nel suo perdono e ci chiede di perdonare il male ricevuto. Se sentiamo che ciò per noi è difficile, ripetiamo a noi stessi: “Signore, aiutami ad ubbidirti, perché io sono tuo; ti appartengo perché tu mi hai accolto come peccatore”.

Il Signore ci benedica 

Amen.

 

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