UN PRIMO PIANO SU:
Con molta probabilità alla domanda: "Cosa sa dei protestanti?", la prima cosa che la gente comune risponderà è che non accettano la figura del papa. Tale figura appare tanto centrale, evidentemente, da riassumere in sé l'essenza stessa del cattolicesimo e, addirittura, della fede cristiana; e il fatto che i protestanti hanno una posizione diversa viene spesso additato come atteggiamento grave e irrispettoso o addirittura sacrilego.
Ma non è così; si darà dunque alla questione del papato lo spazio necessario, ma si descriverà poi l'intero arco delle differenze che caratterizzano e ancora separano le due grandi confessioni cristiane nel mondo occidentale.
Ma non si sottolineeranno solo le differenze. E' importante fin dall'inizio partire dal fatto che cattolici e protestanti condividono una comune fede cristiana, che nelle cose essenziali viene espressa con le stesse parole e che ha il suo centro ed il suo fondamento in Gesù Cristo. Semplificando possiamo dire che il protestantesimo è una forma di cristianesimo “emendata”, o corretta e in un certo senso purificata, in quanto essa ha eliminato dottrine, devozioni e riti che considera aggiuntivi e non conformi al messaggio originario di Gesù Cristo e della chiesa apostolica.
Al centro di ogni scelta religiosa e all'origine delle religioni storiche e delle diverse forme di cristianesimo vi è un'anzia di verità e un desiderio di fedeltà che dobbiamo conoscere e rispettare. Resteremo perciò pluralisti e accoglienti, ma non faremo a meno della ricerca della verità. Di una verità che non può essere relativizzata, ma solo confrontata, serenamente e seriamente, con le verità in cui credono gli altri.
IL FONDAMENTO COMUNE
Ecco i punti fondamentali della fede sui quali tutti i cristiani si riconoscono:
LE DIFFERENZE
Dividiamo il discorso in tre parti. Anzitutto la differenza più vistosa e centrale, quella del papato. Poi quelle riguardanti il piano dottrinale e del culto, e infine le differenze di clima spirituale, relative al costume, alla mentalità, alla cultura.
| IL PAPATO | LE DIFF. NEL DOGMA | LE DIFF. NELLA MENTALITA', CULTURA E COSTUME |
| LE DIFFERENZE CHE DIMINUISCONO | LE DIFFERENZE CHE RESTANO|
Una premessa importante: neppure da un punto di vista cattolico è corretto cominciare con un discorso sul papato, in quanto di esso si dovrebbe parlare quando si parla della chiesa e del sacerdozio, come fa, appunto, il Catechismo della Chiesa cattolica. Se ne parliamo all’inizio è perché — come dicevamo prima — la figura e la funzione del papa hanno assunto in tempi recenti una dimensione che non avevano in passato. Precisiamo che non si tratta di discutere di questo o quel papa, o del modo con cui egli esercita la sua funzione, ma dell’istituto stesso del papato, ovvero del cosiddetto «ministero di Pietro».
Per sapere quello che insegna la chiesa cattolica a questo proposito non c’è da far altro che aprire il Catechismo della Chiesa cattolica, soprattutto ai paragrafi 880-882 e 891. Il Catechismo insegna che Cristo istituì il collegio dei dodici apostoli, del quale mise a capo Pietro; e che lo stabilì pastore di tutto il gregge: un ufficio pastorale, suo e di tutti i vescovi e dei suoi successori, che «costituisce uno dei fondamenti della chiesa». Il papa pertanto, «vescovo di Roma e successore di S. Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli»..., è «vicario di Cristo e pastore di tutta la chiesa, ha sulla chiesa potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente». Inoltre il papa è infallibile quando proclama «con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale». A lui spetta di governare la chiesa, nel quadro della collegialità episcopale; di approvare la nomina dei vescovi; di dire l’ultima parola in fatto di dottrina e morale. Il papa è superiore anche al Concilio, che è l’assemblea straordinaria di tutti i vescovi. E il papa che lo convoca e le deliberazioni conciliari possono essere modificate o rifiutate dal papa.
Queste affermazioni non sono condivise dalle altre chiese cristiane: né dai protestanti, né dagli ortodossi. Nessun’altra chiesa cristiana accetta perciò l’autorità del papa, né è disposta a riconoscerla nella forma con cui viene oggi esercitata. Su questo punto dobbiamo essere molto chiari, né dobbiamo lasciarci ingannare dal clima di fraternità con cui le altre chiese guardano alla chiesa di Roma come ad una chiesa sorella. Esse rispettano la sua libera decisione di avere per sé, cioè per la chiesa di Roma, un ministero come quello papale; ma allo stesso modo chiedono che i propri ordinamenti ecclesiastici, senza il papa, vengano rispettati e riconosciuti dalla chiesa di Roma.
Si comprende così che la questione dei papato e della sua autorità è un punto serio e qualificante, forse il più serio di tutti, che fa da ostacolo all’unità, e spesso persino alla comunione dei cristiani. Lo hanno riconosciuto gli stessi papi quando si sono pronunciati sui problemi dell’unità cristiana.
Chi ha ragione? Chi ha l’autorità per definire chi nella chiesa ha l’autorità per definire il vero e il falso? Si tratta di una questione preliminare ed essenziale. La chiesa di Roma risponde con una sorta di cortocircuito logico: sono io che ho l’autorità ultima per confermare la mia stessa autorità. Certo, ci si appella, come vedremo, alla Scrittura e alla tradizione. Ma quando da queste provenga un verdetto incerto, l’ultima parola spetta al magistero della chiesa, al papa, che così conferma autorevolmente la sua stessa autorità. In altri termini, alla fine è una questione di fede. Credete o non credete che Cristo stesso ha dato al papa, a Pietro e a tutti i suoi successori, in eterno, l’autorità per governare la chiesa e definirne la dottrina? E allora: non sono forse il papa e la chiesa ad essere i “padroni” della verità cristiana, attraverso i loro organi istituzionali?
E' qui che si innalza il muro di divisione fra le chiese:
il più alto e, nella prospettiva attuale, il più insuperabile. In effetti, il messaggio evangelico e l’esperienza storica della chiesa, di tutte le chiese, danno un’altra risposta, ben differente: l’autorità ultima non è mai stata delegata a nessuno, perché è il Cristo stesso vivente che l’ha voluta tenere per sé, governando la chiesa e indirizzando i credenti, nelle complesse vicende della storia, mediante due strumenti essenziali: la Scrittura e la guida dello Spirito santo. La Scrittura e lo Spirito, non la gerarchia, o la chiesa stessa. La chiesa di Cristo è guidata dall’«esterno», da un’autorità che può anche esercitare un giudizio sulla vita della chiesa stessa nella storia e sulle sue deviazioni e infedeltà. Tutto il contrario di quella «autogestione della verità» che la chiesa cattolica afferma di possedere.
Su questo muro di divisione, la sua origine, la sua natura, e sulle possibilità di abbatterlo occorre soffermarsi, precisandolo con alcune ulteriori considerazioni.
Il «ministero di Pietro» non ha fondamento biblico
Per prima cosa dobbiamo dire con grande chiarezza che al papato, soprattutto nella definizione che ne dà oggi la chiesa cattolica, manca il fondamento biblico. Si afferma, è vero, che Cristo avrebbe fondato la chiesa, e in essa il collegio apostolico, mettendovi a capo Pietro e i suoi successori. Ma si tratta di affermazioni che sono prive di fondamento storico e contraddette dagli scritti del Nuovo Testamento: dai Vangeli, dalle lettere di Paolo e dagli altri scritti che insieme costituiscono l’autorità centrale, ovvero la «rivelazione», per tutte le chiese cristiane.
Anzitutto, manca ogni comandamento esplicito in proposito. Se sfogliamo le pagine del Nuovo Testamento e leggiamo le storie di Gesù con i suoi discepoli, e le vicende della prima missione di Pietro e poi di Paolo, se leggiamo le lettere di Paolo e persino quelle che portano il nome di Pietro, non troviamo alcun ordine o prescrizione, o suggerimento, che dica come debba essere governata la chiesa. Anzi, non vi troviamo descritta o prescritta neppure una qualche forma di sacerdozio, o una sua istituzione. E neppure appaiono figure di governatori o di «vescovi» che esercitino funzioni paragonabili a quelle dei vescovi dei secoli successivi.
Questo vale anche per il cosiddetto «ministero di Pietro». Bisogna dirlo chiaramente: del papato, negli scritti del Nuovo Testamento, non se ne parla: né nella sua forma attuale, né in forme più blande o simboliche, con un’autorità simile, tanto per fare un esempio, a quella che hanno i patriarchi ortodossi delle antiche sedi apostoliche. Di questo ministero centrale non vi è traccia:
esso non viene né prescritto né presupposto. Neppure nel famoso tu es Petrus, «tu sei Pietro e su questa pietra io fonderò la mia chiesa» (Matteo 16,18). Come vedremo fra breve.
Quella che invece troviamo nelle chiese di cui ci parlano gli scritti del Nuovo Testamento è una grande varietà di tipi di chiesa e di forme organizzative. Ma quando si viene a quella che noi chiameremmo la gestione del potere della chiesa, troviamo che è Pietro ad essere mandato in missione (Atti 8,14), e che non è lui a presiedere il cosiddetto primo Concilio, a Gerusalemme (Atti 15); troviamo che Pietro viene pubblicamente criticato e ripreso da Paolo (Galati 2,11-14). Pietro fu indubbiamente un personaggio chiave della prima missione cristiana, leader e spesso portavoce del gruppo dei dodici apostoli: a lui si fa riferimento come a un’autorità di fatto, ma nulla che ci permetta di vederlo come il primo papa, come autorità formale e definita; anzi neppure, strettamente parlando, come un «vescovo». Storicamente e sulla base del Nuovo Testamento, diremmo che il personaggio centrale è piuttosto Paolo, e non Pietro.
Cosa significano allora le parole, così spesso citate, di Gesù che dice a Pietro: «tu sei Pietro e su questa pietra io fonderò la mia chiesa» e: «ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli» (Matteo 16,18-19)? La pietra e le chiavi, il legare e lo sciogliere sono delle metafore: immagini che vanno al di là del senso materiale delle parole. Ma che esse volessero allora indicare il costituirsi di un’autorità unica affidata a Pietro (e ai suoi successori!) non venne in mente a nessuno, in quel tempo, e per gli oltre duecento anni successivi. Quando un vescovo di Roma, Stefano, a metà del III secolo d.C., le volle riferire alla propria autorità, incontrò la più vivace opposizione di altri vescovi, fra cui Cipriano di Cartagine.
Guardiamo le cose più da vicino. Con quelle parole Gesù risponde a Pietro, che aveva allora confessato la sua fede in lui come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nasce in quel momento, e Gesù lo dichiara con quelle parole, la nuova comunità di coloro che credono in lui e lo confessano come il Cristo: nasce, appunto, la chiesa. Qui viene posta la pietra di fondazione, che Gesù solennizza con le parole che abbiamo citato. E un atto solenne, che comprende una promessa di costanza e una capacità di resistenza contro le forze del male: una promessa fatta a tutta la chiesa («le porte dell’Ades», delle potenze del male, «non la potranno vincere»): non si tratta della costituzione di un governo e di un primato.
Poi vi è la parola delle «chiavi». Qui Gesù consegna alla chiesa, a tutti i credenti, un’autorità e una responsabilità effettive: Pietro, come primo e (allora) unico credente, rappresenta in sé tutta la chiesa. Poco dopo, nello stesso Vangelo, le medesime identiche parole del legare e dello sciogliere saranno rivolte a tutta la comunità dei credenti, cioè appunto, alla chiesa (Matteo 18,18).
Non c’è dubbio che Pietro abbia svolto una funzione di iniziativa e di guida nei primi anni della missione cristiana, ma tale funzione, secondo il racconto del libro degli Atti degli apostoli, che è la sola fonte che abbiamo, si sarebbe conclusa abbastanza presto, quando Paolo gli sarebbe subentrato come figura centrale. Pietro allora scompare. Secondo la tradizione Pietro sarebbe venuto a Roma dove sarebbe morto martire. La cosa è possibile, e una tradizione posteriore lo sostiene, ma di questo né il Nuovo Testamento né i più antichi scritti cristiani offrono alcuna traccia esplicita.
Nei Vangeli viene riconosciuto a Pietro il ministero di «confermare i suoi fratelli» (Luca 22,32), e di «pascere le pecore» del Signore (Giovanni 21,16-18), ma tutto ruota attorno alla persona di Pietro e alla sua vicenda di rinnegamento e perdono, senza tracce di una qualche istituzione «petrina».
Se da Pietro passiamo poi a parlare di «successori», entriamo nel regno della fantasia storica. Non solo le parole di Gesù a Pietro non possono essere forzate a significare l’istituzione di un ministero nella chiesa, da trasmettere ai successori come un sovrano passa il suo scettro ai discendenti..., ma di tale autorità da trasmettere e della sua trasmissione non troviamo nessuna traccia in tutta la storia della chiesa antica. Siamo qui davanti a quello che gli antropologi chiamano un «mito di fondazione», costruito a posteriori: con tutto il rispetto per la serietà e la buona fede con cui esso possa venir raccontato e creduto.
Ma occorre un governo centrale?
Nei duemila anni di storia cristiana il papato è stato una grande realtà storica, religiosa e politica che ha segnato alcuni momenti significativi della storia dell’Occidente. Ma appunto: una realtà storica, non una questione di fede. Fu infatti nel corso della storia che il vescovo di Roma, a partire dal IV secolo, vide accrescere la sua autorità sia in campo ecclesiale, essendo il solo patriarca di tutto l’Occidente, sia in campo politico, per il venir meno di altri poteri, e per il valore simbolico della città di Roma. Fu la storia a creare, per così dire, il papato ed a consolidarlo, fino a farne una delle istituzioni forti dell’Occidente, accreditandolo come un’istituzione ovvia e necessaria. Il che potrebbe anche essere difendibile dal punto di vista puramente storico, senza che questo abbia risvolti sul piano delle verità della fede.
E del resto sulla base di questa esperienza storica che spesso si argomenta sulla opportunità pratica di un ministero di unità e di governo della chiesa. In che altro modo, si dice, si potrebbe evitare la dispersione e le divisioni, che caratterizzano le altre chiese cristiane?
Sono considerazioni di opportunità pratica, non di dottrina. Eppure anche qui ci si può domandare, sempre restando sul piano empirico, se il papato non sia stato, storicamente, un fattore di divisione piuttosto che di unità. Lo è stato, indubbiamente, nel momento delle due grandi fratture, quella dell’XI secolo con le chiese d’Oriente e quella del XVI secolo con la Riforma protestante, quando fu il papato a innalzare quei muri che ancora sussistono.
Del resto, è davvero necessario alla chiesa cristiana un governo centrale, come se fosse uno Stato? E davvero utile? Se paragoniamo il cattolicesimo con le altre confessioni cristiane e con religioni storiche come l’ebraismo, l’islam o il buddhismo, vediamo che nessuna di esse dispone di proprie strutture centralizzate e universali, di governo o di magistero, senza che tale «vuoto» abbia impedito a ciascuna di esse di conservare la propria fede e cultura specifica; e anche la sua unità sostanziale. In tutto il mondo delle religioni il cattolicesimo romano è il solo ad avere un governo centrale. E l’eccezione, non la regola.
Detto questo, rimane ancora aperto il problema dell’unità della chiesa e degli strumenti per realizzarla. Un argomento sul quale torneremo.
Quale «governo» per la chiesa?
Alla fine, la questione del papato si riduce alle diverse risposte che si possono dare alla domanda: in che modo si governa la chiesa? Qual è il modello, se un modello esiste, su cui uniformare le strutture delle chiese cristiane alla fine del XX secolo? Quali sono le «funzioni» che la chiesa svolge, e a quali uomini e donne in particolare esse vengono affidate? Sembra chiaro che la risposta a tale domanda dev’essere cercata nei documenti di fondazione della chiesa stessa, cioè negli scritti del Nuovo Testamento.
I quali, come abbiamo già detto, non ci offrono alcun modello teorico di principio (un modello fondato sui vescovi, o sulle assemblee rappresentative) al quale uniformarsi, e neppure ci fanno intravedere, se non in modo indiretto, in che modo, e secondo quali regole, le prime comunità cristiane si organizzavano. Troviamo invece indicati i criteri di fondo sui quali si reggeva la vita delle comunità, il loro clima dominante, la mentalità di base.
Quali sono dunque i criteri di fondo su cui organizzare la vita della chiesa e articolare i suoi ministeri?
Le nostre ragioni
A questo punto dobbiamo concludere la parte relativa al cosiddetto «ministero di Pietro» indicando la posizione delle chiese evangeliche in proposito.
Le ragioni del «no». Si è visto che le ragioni del «no» sono forti e antiche. Non si rifiuta il cattivo esercizio di un ministero che in sé sarebbe buono, o indifferente, ma se ne fa una questione fondamentale di verità. La chiesa cristiana non può reggersi legittimamente nella forma di una monarchia assoluta universale. Inoltre le chiese evangeliche vedono chiaramente il danno storico che è rappresentato dall’esistenza del papato, e si collegano al filo rosso della protesta antiromana, di tutti i secoli. Se il papato è antico, la protesta contro il papato è altrettanto antica.
Storicamente il papato è stato un fattore di divisione, non di unione. Le indubbie benemerenze che esso ha acquistato in alcune epoche storiche, compresa la presente, non ci possono far dimenticare che esso è stato spesso anche un intoppo e un motivo di scandalo. Come motivo di intoppo e di scandalo continua ad essere la dimensione politica, e pesantemente «temporale», del papato, con la sua struttura simile a quella di uno Stato (lo Stato della Città del Vaticano!) che intrattiene relazioni diplomatiche con gli altri Stati.
Le ragioni del «se». Oggi ci s’interroga spesso se il papato non potrebbe anche avere una funzione positiva, come punto di riferimento e luogo d’incontro dei cristiani di tutte le chiese. Dal momento che il papato esiste — si dice — e che ha più volte ben meritato nelle vicende umane, come fattore di pace e cattedra di umanità, non sarebbe in qualche modo possibile ricuperarlo come ministero di unità per tutti i cristiani?
É la domanda che molti si pongono, e che la chiesa di Roma sostanzialmente propone. Magari con un papato modificato, come lo stesso papa ha fatto intravedere nell’Enciclica Ut unum sint del 1995: se non si può cambiare il ministero papale in sé, si possono forse modificare i modi del suo esercizio. Non sarebbe allora possibile, in via d’ipotesi, avere un papa che «regni» nella chiesa cattolica, secondo le modalità proprie di quella chiesa, e che sia al tempo stesso una figura simbolica e un segno di unità per tutte le chiese e per tutti i cristiani? Un re in casa sua e un presidente simbolico per tutti gli altri?
L’ipotesi è stata presentata, e non è escluso che possa essere concretamente proposta all’attenzione di tutte le chiese. Ma al momento attuale appare poco verosimile. Anche perché la credibilità e accettabilità di un ministero di unità affidato al papa e riconosciuto dalle altre chiese dipende in misura larghissima dal modo in cui la sua autorità si esercita all’interno della sua stessa chiesa. Ogni condanna per eresia, ogni processo fatto a un teologo, ogni allontanamento dall’insegnamento, ogni nomina di vescovo sgradito alla chiesa locale accumula nuovi ostacoli alle possibilità di un riconoscimento — sia pure simbolico — di un ministero di unità del vescovo di Roma.
Certo, c’è chi sogna una profonda trasformazione interna della chiesa cattolica, e vede un papa che si autotrasforma in una specie di presidente «onorario» di un Concilio cattolico (che si dovrebbe autoconvocare, poniamo, ogni dieci anni). Un vescovo di Roma che prenda conoscenza delle questioni che emergono nella sua chiesa e che informi e contribuisca al coordinamento del corpo ecclesiale. Un papa che sia un pellegrino di amicizia, senza autorità propria, presente in tutte le assise ecclesiastiche. Se la trasformazione del ministero di Pietro dovesse andare in quella direzione il discorso potrebbe senza dubbio essere riaperto. Ma per il momento — ci sembra — non si tratta che di un sogno.
Nel concreto, il papato «reale», quello che conosciamo, viene rifiutato dalla metà dei cristiani, ortodossi e protestanti: al di là di ogni buona volontà e cortesia ecumenica.
Da parte sua la Chiesa evangelica valdese, nel Sinodo 1995, si è espressa sulla questione del papato, a commento dell’Enciclica Ut unum sint. Essa ha riaffermato la propria concezione dell’unità cristiana che si definisce come «diversità riconciliata» e come «unità nella diversità». L’unità pertanto si deve fondare non intorno a un particolare centro visibile o un particolare ministero di unità, ma «sulla comunione nella fede, nella speranza e nell’amore». Il documento continua affermando che «le nostre chiese non ritengono costruttivo per il movimento ecumenico un modello di unità cristiana incentrato sull’affermazione del primato del pontefice romano». Anche nell’ipotesi di un papato che esercitasse in altro modo il primato, il documento esprime le sue riserve, osservando che il mutamento dovrebbe invece riguardare non i modi, ma «la sostanza del primato papale». Inoltre, «il problema del papato non può essere isolato da quello della struttura gerarchico-sacramentale della chiesa cattolica romana».
| IL PAPATO | LE DIFF. NEL DOGMA | LE DIFF. NELLA MENTALITA', CULTURA E COSTUME |
| LE DIFFERENZE CHE DIMINUISCONO | LE DIFFERENZE CHE RESTANO|
Abbiamo dedicato molto spazio alla questione del papato. Passiamo ora alle altre differenze, alcune delle quali restano profonde e radicali, mentre altre sono più relative, legate alle tradizioni, alle usanze, al costume.
Anzitutto un’idea d’insieme. Possiamo descrivere la funzione che la Riforma protestante ha svolto nella cristianità occidentale come una potente azione di semplificazione e, nelle sue intenzioni, di purificazione. Si trattava di eliminare abusi; rimettere Cristo al centro della devozione, altrimenti dispersa in mille culti secondari di santi e reliquie; ricollocare la predicazione della Parola, cioè la Bibbia, al centro della vita della chiesa e dei suoi comportamenti politici ed etici; superare una spiritualità centrata sulle opere buone e «meritorie» e sulla pratica dei sacramenti, troppo spesso intesi come riti sacri da compiere in vista della salvezza. Si trattava anche di rimettere la nuda parola di Dio al posto centrale, di fronte all’accumularsi di tradizioni neppure sempre antiche e verificate; ricuperare la precarietà dell’esistenza quotidiana della chiesa in alternativa alla ricerca di prestigio e potere; ritrovare la dimensione fraterna e locale, o localistica, della comunità dei credenti nei confronti delle grandi realtà sopranazionali. Tutto questo si è tradotto in un’opera che è apparsa, e non poteva non apparire, un’opera di demolizione..., come di chi ripulisce un terreno abbandonato e soffocato dalle troppe piante estranee e selvatiche che toglievano la luce alle erbacce antiche e di buon frutto. Non è possibile comprendere la Riforma protestante, né il protestantesimo attuale, se non si entra nello spirito di quella grande, coraggiosa, e qua e là persino eccessiva, opera di purificazione e ricostruzione della chiesa di Cristo. Così essa è stata intesa dai riformatori del XVI secolo.
Indichiamo rapidamente i principali punti di dissenso e di differenza.
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LE DIFFERENZE NELLA MENTALITÁ, CULTURA, COSTUME
Le differenze di pensiero e di dottrina, e quelle che si possono constatare quando si entra nelle rispettive chiese, non sono però tutto. Altre ve ne sono, più sottili e impalpabili, difficili da definire con precisione, che sono tuttavia importanti per accertare ciò che è «cattolico», o che è sentito come cattolico, e ciò che è «protestante». Vi sono cose che un cattolico considera normali e ovvie, e che perciò non mette in discussione, e che un protestante ha invece difficoltà a comprendere e ad accettare. E viceversa.
Si tratta di una diversa mentalità e cultura, quasi di una differente visione del mondo, della società, della morale. E' una diversità di clima spirituale, che si è formata come un sedimento storico e come frutto di un’educazione e di una mentalità che nascono dal prevalere, nella società, nella cultura e nella politica, dell’una o dell’altra confessione religiosa: quelli che fino a non molti decenni fa venivano definiti paesi «cattolici» e paesi «protestanti».
Tali differenze hanno raramente radici essenziali nel dogma o nella morale; eppure esistono e pesano, tanto che è possibile anche oggi opporre in molti casi una cultura, o mentalità «cattolica» a una cultura o mentalità «protestante». Si tratta di differenze importanti, che si conservano come per eredità anche nelle popolazioni secolarizzate, che non possono più dirsi in senso stretto «cattoliche» o «protestanti». Un’eredità negativa, quando gli aggettivi «cattolico» e «protestante» servono ad opporre due gruppi sociali in lotta, come avviene in Irlanda; o un’ eredità positiva, quando una mentalità protestante si prolunga in un forte senso dello Stato e della responsabilità pubblica.
Ecco alcuni tratti caratteristici di queste differenze di mentalità e di cultura.
E ORA?
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LE DIFFERENZE CHE DIMINUISCONO
Abbiamo parlato ampiamente delle differenze fra cattolicesimo e protestantesimo, perché intendevamo rispondere a un diffuso desiderio di conoscere quello che unisce e quello che divide le chiese cristiane. Ma la storia cammina e muove gli umani: quelle che erano ieri contrapposizioni di fondo possono apparire oggi meno gravi o meno insormontabili. Tutte le chiese cristiane si devono confrontare oggi con problemi comuni: la cosiddetta secolarizzazione (cioè il distacco in massa dalla fede cristiana), il risveglio d’interesse per le religioni, l’affermarsi di antiche e nuove realtà religiose (talvolta in forme aggressive e fondamentaliste), le proposte di revisione interna del pensiero teologico che provengono dal mondo non europeo, dalle teologie della liberazione e dalla teologia delle donne: sono tutti fattori di movimento che permettono di relativizzare divisioni antiche e superare barriere secolari. Sempre più, anche nei paesi di antica cristianità come l’Italia, cattolici e protestanti stanno imparando a pensare e ad agire insieme. E, molto spesso, anche a pregare insieme.
Il cammino dell’avvicinamento è iniziato da oltre un secolo e ha portato a convergenze, dialoghi e atti di vera e propria comunione che sarebbero stati impensabili cento anni fa. Il movimento ecumenico, ha cominciato con il gettare ponti fra alcuni teologi, vescovi, responsabili di chiese, i quali hanno creduto che i rapporti fra i cristiani potessero essere cambiati, in obbedienza all’evangelo di Gesù Cristo, in modo da non essere più caratterizzati dalle scomuniche reciproche, dalle concorrenze, dall’isolamento orgoglioso di ciascuno nella sua chiesa. Il clima è mutato lentamente. Prima fu la generazione dei pionieri, quasi ai margini delle chiese ufficiali che guardavano con diffidenza e ostilità a quello strano «irenismo» o pacifismo cristiano. Ancora nel 1928 l’enciclica «Mortalium animos» di Pio XI lo condannava apertamente, e questo negli anni in cui le chiese protestanti, anglicane e ortodosse gli davano il massimo slancio. Fu quasi 50 anni fa, nel 1948, all’indomani della seconda guerra mondiale, che, dopo un lungo lavoro preparatorio, si costituì ad Amsterdam il Consiglio ecumenico delle chiese, con sede a Ginevra; un organismo permanente di incontro e di stimolo al lavoro comune per i cristiani di tutte le chiese, con l’importante eccezione — fino a quel momento — dei cattolici.
Ma con il Concilio Vaticano II anche la chiesa cattolica si è aperta all’ecumenismo, e da allora l’idea ecumenica ha fatto molta strada. Le differenze che abbiamo visto sono rimaste sostanzialmente quelle che erano, anche se alcuni angoli sono stati smussati. Nel corso del cammino si è dovuto rinunciare a quello che era stato il progetto e la speranza dei primi pionieri di giungere un giorno ad una chiesa organicamente unita; ma si è sviluppata una concezione che si fonda sulla riconciliazione e la reciproca accettazione delle chiese pur nelle loro diversità; intanto il clima generale è mutato, in positivo, e le possibilità d’incontro e di lavoro comune fra cristiani delle diverse chiese si sono moltiplicate e allargate.
Si assiste intanto a un processo di crescita comune e di apprendimento reciproco. I protestanti si sono fatti più sensibili alle questioni relative all’unità ed alla testimonianza comune, superando una loro tendenza sottilmente settaria a considerare ognuna delle tante chiese protestanti come realtà del tutto autonome e autosufficienti e relegando ai margini la solidarietà con le altre chiese. I protestanti si sono anche fatti più attenti a un linguaggio meno unilateralmente individuale e più aperto al simbolo.
I cattolici da parte loro stanno acquistando, insieme ad una crescente familiarità e amore per la Bibbia, una concezione più partecipata non solo del culto, dove la riforma liturgica realizzata dal Concilio ha avvicinato grandemente la messa cattolica al culto protestante, ma anche nella vita della chiesa, dove si manifestano crescenti spinte dal basso per una vita più partecipata.
In questo quadro si svolge un crescente scambio interconfessionale. I matrimoni interconfessionali fra cattolici e protestanti, che sono sempre più frequenti, non sono più soltanto causa di tensioni e di scontri, come era in passato, ma diventano possibili luoghi di incontro e di collaborazione fra i credenti dell’una e dell’altra chiesa. E' anche più frequente il caso di cattolici che frequentano il culto protestante «in amicizia» e senza diventare protestanti, e viceversa. Non sono rari del resto neppure i casi in cui un protestante si faccia cattolico o un cattolico divenga membro di una chiesa protestante, senza che si parli, come una volta, di «abiura» o di «conversione», e senza quelle rotture di legami familiari o sociali che pesavano gravemente su coloro che per convinzione decidevano di passare da una chiesa all’altra. Problemi, certo, sussistono, ma non hanno più la drammaticità di una volta.
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Rimane tuttavia il grosso scoglio del quale abbiamo parlato a lungo: la centralizzazione della chiesa attorno alla figura del papa, che governa e regge la sua chiesa cattolica come un sovrano assoluto di un tempo. É un’evoluzione che si è accentuata durante l’ultimo pontificato, e che potrebbe accentuarsi ancora. Ma non è un’evoluzione fatale. Essa potrebbe venire relativizzata, in futuro, con un’inversione di marcia coraggiosa, dando maggiore spazio alle voci, alle volontà e alle intelligenze che si manifestano in tutta la chiesa. L’una e l’altra direzione è e resta autenticamente cattolica, non è questo il punto. Ma un’ulteriore centralizzazione creerebbe un ostacolo insuperabile allo sviluppo dell’ecumenismo ed incoraggerebbe l’esodo già in atto dalla chiesa cattolica, che è un fatto noto, anche se poco pubblicizzato. Un esodo verso l’apatia religiosa, verso altre religioni, verso il protestantesimo.
Oppure, e questa è la nostra speranza, coloro che nella chiesa cattolica hanno la responsabilità del potere riprenderanno la strategia indicata dal Concilio Vaticano II, aprendosi totalmente al mondo delle altre chiese cristiane, in dialogo aperto e sincero con le altre religioni e con ogni uomo e ogni donna interessati alla verità.
Questo è il nostro auspicio e il nostro augurio. Vorremmo davvero che in futuro non troppo lontano parole apparissero inutili e superate: relitti di un passato confessionale di cattolici contro protestanti e di protestanti contro cattolici, che conservano il ricordo delle antiche lotte per la verità, ma che può ora essere sopravanzato dalla scoperta di una verità più ampia e comprensiva, che permetta ai cristiani di tutte le chiese — almeno a loro — di ritrovarsi insieme senza separazioni confessionali, davanti all’unico Signore e salvatore di tutte le chiese e di tutti gli uomini, che è Gesù Cristo.